Nemiche [3] di Barbara Garlaschelli

Io sono i capelli lasciati sulla spazzola, le gonne corte,
gli orecchini luccicanti.

REBECCA

Rebecca sollevò la cornetta del telefono in corridoio per chiamare sua madre. Dovevano uscire insieme per andare a comperare i regali di Natale. Un Natale che era arrivato all’improvviso con luci e neve e che l’aveva intristita più che mai. Per la prima volta avrebbe trascorso l’ultimo dell’anno sola, senza Alex.
Lui, titolare di uno dei più prestigiosi studi legali della città, doveva andare all’estero per una causa a cui stava lavorando da mesi. «Devo fare alcune verifiche» le aveva detto due sere prima.
Lucifero, il grasso gatto nero, si stiracchiò e cominciò a sfregarsi contro le sue gambe.
Quando portò la cornetta all’orecchio restò paralizzata dallo stupore.
«La voglio morta. Non m’importa sapere né come né dove. Voglio solo che sia il prima possibile. Domani? Sì, va bene.»
Le gambe di Rebecca diventarono molli. Scoprì che non era solo un modo di dire. D’improvviso le parve di essere diventata di gelatina.
La voce di Alex.
Restò immobile alcuni istanti, il cervello in fu­ga, la cornetta appoggiata all’orecchio senza capire più una sola parola di quello che veniva detto.
Lucifero, adesso, si stava leccan­do una zampa, con minuzia.
Cercò di controllare il tremito delle ma­ni. Cosa faceva ora? Se riattaccava Alex se ne sarebbe accorto. Si guardò attorno in preda all’angoscia, quin­di gli occhi caddero su Lucifero. Posò con delicatezza la cornetta sul mobile, si mosse silenziosa, afferrò il gatto e lo lanciò. Lucifero atterrò quasi sopra l’apparecchio che cadde a terra seguito da alcuni oggetti d’argento. L’a­nimale fece un balzo e si portò a distanza di sicurez­za, sotto una poltrona.
Rapida, si nascose nella camera vicina. Sentì Alex che usciva dallo studio e si avvicinava al telefono. Si appiattì contro la parete e smise di re­spirare.
«Testa di cazzo di un gatto.» Alex stava racco­gliendo l’apparecchio. Dopo poco lo sentì ritornare nello studio.
Aspettò un momento poi uscì dalla camera. Il telefono e gli oggetti d’argento erano al loro posto.
«Rebecca», la sua voce la colse di sorpresa. Non era andato nello studio ma la stava fissando dalla soglia della cucina.
«Avevo… sentito dei rumori.» Si proibì di tremare, piangere o altro. Era più che spaventata: era convinta di essere impazzita. Perché la voce che aveva sentito al telefono non poteva essere di Alex, l’uomo che aveva giurato davanti a Dio e agli uomini di amarla e proteggerla.
No.
«Quell’idiota del tuo gatto ha ribaltato il telefono.» Alex avanzò di un paio di metri e Rebecca bloccò l’impulso di indietreggiare. «Che cosa c’è?», le disse. «Hai una faccia…» Le si avvicinò sorridendo e le fece un buffetto sulla guancia. In mano reggeva un bicchiere di latte.
Ordinò a se stessa di rispondere al sorriso. «Avrà visto qualcosa. Una mosca o qualcos’altro e non ho nessuna faccia. Mi sono solo spaventata», disse senza muoversi. Non doveva nemmeno mentire.
«Già. Beh, io vado di là. Ho un lavoro da finire.» Scomparve chiudendosi la porta dello studio alle spalle. Lei rilasciò un gemito e sentì che gli oc­chi si riempivano di lacrime.
Dio, Dio adesso cosa faceva? Cercò di convincersi che la voce non era quella di Alex ma non ci riuscì. Lo conosceva da quindici anni, dai tempi dell’università, quando arringava le assemblee studentesche come poi a­vrebbe arringato le corti nei tribunali. Di Alex cono­sceva ogni cosa, compreso quel tono imperioso e sedu­cente.
Alex era nato per comandare, non c’era che dire. Sembrava che per lui dare ordini fosse naturale come per un uccello volare. Più che naturale, vitale.
Rebecca si diresse in sala e si lasciò cadere sul divano di pelle nera, coprendosi il volto con le mani. Cosa faceva adesso? Cercò di ragionare con calma, poi improvvisamente un pensiero la colpì come un pugno in pieno stomaco: ma, Alex, chi voleva morto?
Si sforzò di ricostruire la frase che aveva ruba­to al telefono: “La voglio morta. Non m’importa sapere né come né dove… La voglio morta… morta… morta…” Si trattava di una donna, ma chi?
Alzò gli occhi e incontrò la propria immagine nello specchio. Chi? Ma lei, che idiota! Chi altri poteva essere?
Le sfuggì una risatina, qualcosa di doloroso.

Non le ci volle molto per mettere insieme i pez­zi. Negli ultimi cinque mesi Alex non l’aveva quasi mai sfiorata, rincasava sempre tardissimo, usciva da una stanza quando lei entrava. Il buffetto che le aveva e­largito nel corridoio era il primo gesto affettuoso da settimane. Affettuoso? Assomigliava di più a un gesto di commiserazione.
Forse stava diventando paranoi­ca.
Si avvicinò allo specchio. Trentasei anni bisogna portarli con ironia, le ripeteva sua madre quando lei si lamentava per la comparsa di una ruga. Era una bella donna. Il suo fisico era ancora atletico e scattante. Il viso, a parte qualche leggera ruga, era liscio, gli occhi verdi un poco allungati, il naso deciso ma non eccessivo, la bocca carnosa. I capelli neri corti l’alleggerivano di qualche anno.
Ma non era bastato. Non era bastata nemmeno l’in­telligenza curiosa, l’allegria che la distingueva in ogni occasione, il fascino che tutti le riconoscevano.
Non era bastato nemmeno amarlo.
Andò in cucina camminando come una sonnambula. Aprì il frigo­rifero e si versò un bicchiere di latte. «Gusti uguali tu e tuo marito» le diceva sempre sua suocera ridendo quando li vedeva muoversi all’unisono, mangiare le stesse cose, amare gli stessi film, leggere gli stessi libri. Con la trascurabile differenza che lei lo amava e lui voleva farla fuori.
Bevve piano. Cosa faceva adesso? La domanda ri­tornava e ritornava. Come l’altra: perché?
Anche in questo caso trovò su­bito la risposta: lei era ricca. Immensamente ricca. Se Alex era uno dei più brillanti avvocati di Milano, lei ne era una delle più facoltose ereditiere. Suo pa­dre, morendo, le aveva lasciato un cospicuo patrimonio, oltre che una villa settecentesca sul lago, un appartamento in via Sant’Andrea e uno nel più esclusivo residence del­la Sardegna. Per non parlare dei gioielli, dei quadri d’autore, delle sculture.
L’intelligenza ha il suo fascino ma il denaro può comprarsi l’intelligenza, il fascino e anche molte al­tre cose. Alex lo sapeva.
Finì di bere e posò il bicchiere nel lavandino.
Guardò l’orologio: le quattro e sua madre aspettava una telefonata. Si avviò lenta verso l’apparecchio. Non poteva fare niente. Era assurdo ma non riusciva a pensare a nulla. Avrebbe aspettato di morire per mano di uno sconosciuto senza opporre alcuna resistenza. Non ne valeva la pena. Se non ci si poteva fidare nemmeno della persona che più si amava, non va­leva la pena di vivere.

Chiamò sua madre e uscirono insieme a fare spese. Via Montenapoleone era piena di gente, luci, babbi na­tale, festoni. Una folla sorridente si accalcava da­vanti ai negozi.
Rispondeva in modo meccanico alle domande di sua madre che, come un fiume in piena, le stava raccon­tando di tutti i regali che aveva intenzione di compe­rare, specificando a chi e motivando la ragione della scelta. Non era necessario che si sforzasse di simulare allegria; con sua madre in preda al delirio natalizio, poteva permettersi di restare in silenzio.
Di nuovo a casa fu assalita dai dubbi. Forse ave­va capito male. Forse era uno scherzo. Forse quella non era la voce di suo marito.
Forse. Forse. Forse.
Quando furono a letto, la mano di Alex le acca­rezzò una coscia e poi cominciò a salire. Per la prima volta da mesi. Rebecca non parlava e lasciò che lui penetrasse dentro di lei baciandola e sussur­randole: «Oh, Reby, tesoro… tesoro…»
Fu allora che i dubbi si dissolsero.
Morire per denaro.
L’uomo che lei aveva scelto di amare per tutta la vita voleva farla ammazzare.
Il cuore cominciò a batterle rapido.
Morire per denaro.
Restò immobile tutta la notte ascoltando il respiro lento di Alex che andava e veniva.
Alle prime luci dell’alba si alzò muovendosi come sott’acqua. Arrivò in cucina senza nemmeno rendersene conto. Afferrò la prima cosa tagliente su cui i suoi occhi si posarono. Un coltello.
Perché morire per denaro?
Tornò da Alex e lo fissò a lungo. Poi alzò il braccio e lo colpì alla gola con tutta la forza di cui fu capace. Continuò a colpire fino a quando qualcosa dentro di lei si spezzò. Solo allora riuscì a vedere.
Sangue.
Sangue ovunque.
Cominciò a tremare con violenza. Riusciva a sentire i denti battere ed era come grandine sui vetri.

La gente dichiarò di aver visto la donna uscire dal portone in camicia da notte e fare alcuni passi sul marciapiede.
«Era sporca di sangue…»
«Pallida, gli occhi stralunati…»
«Sembrava una pazza.»
Nessuno sentì lo sparo. La videro crollare senza un gemito.
Il colpo arrivò dritto al cuore e Rebecca fu a terra, una bambola con cui nessuno voleva più giocare.

© Barbara Garlaschelli,  1997, Frassinelli

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