Un racconto di Barbara Garlaschelli

Questo racconto ha qualche anno e mi piace l’idea di riproporlo qui anche perché, tra i tanti racconti che ho scritto nella vita, continua a essere uno dei miei preferiti. È un po’ lungo e si sa che i parametri del web richiedono misure più brevi, ma tant’è, magari vi va di leggerlo. Dentro questo racconto ci sono personaggi che ho sviluppato in altri racconti o in romanzi. Magari ne riconoscerete qualcuno.
Scrivere racconti è sempre stata la mia passione, la misura nella quale mi ritrovo. Ho esordito con un libro di racconti (O ridere o morire) e continuo a scriverne.
Faulkner sosteva che scrivere racconti è la cosa più difficile dopo la poesia. A volte credo avesse ragione.

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TERZA A

Le parole della professoressa Rebecca Dardi galleggiano sulle teste dei ragazzi.
Sta parlando di una guerra mondiale, forse la Prima forse la Seconda, e snocciola il nome degli stati guerrieri con voce atona e gli occhi che passano da un alunno all’altro. Parla di guerre ma pensa a una cosa sola: “Gentile dottoressa Dardi, la ringraziamo per aver scelto la nostra casa editrice per inviarci il suo lavoro. Le sue poesie sono molto belle, ma inadatte alla nostra collana. Cordialmente.”
La professoressa Dardi colleziona rifiuti come un bambino figurine dei calciatori. Li tiene tutti, in ordine cronologico, chiusi in una cartellina di cartone rosso. Quando il dolore si fa troppo pungente, apre la cartellina, rilegge le cortesi parole al curaro e piange.
Ora, però, non piange. Parla di qualche guerra e fissa la classe davanti a sé.
Nella prima fila, al quarto banco, Rossi Elisa, tredici anni, futura mamma di tre figli, due femmine e un maschio, moglie di un ingegnere edile, uomo cauto e premuroso, lento di passi e di sentimenti, ma disponibile e fedele. Davanti a lei, una vita di agi e automobili e passeggini ultimo modello e prosciutto senza grasso o i miei non me lo mangiano. Quando il suo primogenito si rivelerà un “mostro” di violenza e furia, lei non riuscirà a darsi una spiegazione. “Come può essere capitato a me?”, continuerà a ripetersi. Siede impettita e attenta, Elisa, attenta a cogliere i passaggi salienti della lezione, ma incapace di individuare i punti davvero importanti, i nodi che sciolgono la complicata rete della sapienza. Per cui le parole della professoressa restano ciò che sono: parole.
Al banco successivo, capelli corti e apparecchio ai denti, Giacometti Emanuela, che verrà sempre chiamata Manuela, destinata a subire per tutta la vita la stessa sorte della “e” davanti al suo nome: essere dimenticata. Anche dal proprio fidanzato che, all’età di ventisei anni, se la dimenticherà in chiesa, davanti all’altare, immacolata nel suo abito bianco, ma in realtà non più immacolata per la sua famiglia che la dimenticherà in un appartamento del centro di un’altra città, a molti chilometri dal loro onore disonorato.
Al terzo banco, occhiali spessi che scivolano inesorabili sul naso, Mariberti Damiano, perso dietro le proprie lenti che ingrandiscono i suoi occhi a mandorla rendendoli spropositati e poco gradevoli alla vista altrui, soprattutto a quella femminile, ammantata -la vista femminile- di esuberante crudeltà. Trascorrerà i suoi anni in compagnia di un’avvolgente mamma vedova e di serate televisive stimolanti come intere boccette di Veronal. Con timorosa riverenza s’innamorerà di una ragazza timida e delicata, perdutamente innamorata del suo psicologo e disposta a incontrare Damiano ma solo per amicizia e disposta a corrodergli il cuore ma solo per non ferirlo con un amore non corrisposto.
Di lato a Mariberti Damiano, Scalìa Ada. Ada non abbassa mai lo sguardo, fissa sempre dritta in faccia chi le parla e, spesso, l’interlocutore punta gli occhi su qualcos’altro, imbarazzato da tanta sfrontata mancanza di riservatezza. Di fronte a lei ci si sente nudi e un po’ colpevoli senza sapere esattamente perché. Sua madre ha tentato di insegnarle la remissione. Ci ha provato in tutti i modi – e la schiena di Ada ne sa qualcosa – ma è riuscita solo ad aumentare la sua voglia di non cedere, mai, in nessuna circostanza, per nessun motivo. Diventerà una pittrice, Ada. Inventerà, con colori e segni, mondi nuovi in cui nessuna bambina è costretta a piangere lacrime di paura e dolore.
In seconda fila, dietro la nuca di Scalìa Ada, Valle Jacopo. Ascolta attento. Gli piace il suono della voce della prof. Gli piacciono i suoni di tutte le voci. Dietro ogni timbro, sonorità, sussurro c’è una storia, un mondo, ci sono speranze e delusioni, treni persi e monete ritrovate, ci sono sigarette fumate una dopo l’altra, canzoni cantate a squarciagola. Vorrebbe tenersele tutte per sé quelle voci. Tutte.
Dietro, in assorta meditazione della finestra, Turchetti Angela, fisico da bignè, rotondo e morbido e cervello da top model. Determinata ad arrivare in alto, a tutti i costi e disposta a ben pagare. Consumerà gli anni perdendo dietro di sé i chili come una lumaca la bava; oltrepasserà la linea dei trenta come un soldato le linee nemiche: senza più pesi superflui ma con molta paura. Ora controlla il sole che cambia posizione nel cielo e pensa, piena di disgusto per sé, alla fetta di Sacher che sua madre ha chiuso nella credenza. Non ha dubbi su cosa ne sarà della torta e si prepara ad espiare la sua colpa.
Angela volta leggermente la testa e intercetta un’occhiata del suo compagno, Natali Vincenzo, la guancia afflosciata sul palmo della mano e il gomito puntellato sul banco mentre la fissa ma non la vede, proprio come farà con la sua futura moglie. Le parole della prof ronzano nella testa di Natali Vincenzo come mosche noiose che lui subisce senza tentare di scacciare. Esattamente come subirà il suo capoufficio, la suocera, la sorella di sua moglie, il cane, i due canarini e il cognato. In un mondo che corre e correrà sempre di più, Vincenzo ha scelto di aspettare con calma la sua fermata.
Nella terza fila, come due facce della stessa medaglia, due ali dello stesso uccello, due pallottole della stessa pistola, Durante Federica e Durante Alessia, gemelle della stessa madre e dello stesso padre, unite dallo stesso odio che crescerà con il crescere delle loro gambe e dei loro seni e dei loro sederi e delle loro pance. Sempre uguali, sempre insieme, divideranno la stessa casa, si sposeranno nella stessa chiesa nello stesso giorno con lo stesso uomo -anche se materialmente, com’è ovvio, solo una sarà davanti all’altare, mentre l’altra reggerà il velo e la voglia di vendetta. Una farà due figli che l’altra cullerà.
Speculare a questi, un altro raggruppamento di banchi.
In prima fila, concentrato sulle parole della prof, pronto ad assorbirne non solo il significato ma anche i suoni e i colori e gli odori, De Martino Alberto. Di tutti, Alberto è l’unico a sapere che le parole hanno suoni e colori e odori e, negli anni, le plasmerà a proprio piacimento, nell’illusione di dominarle. Sarà uno scrittore di discreta fama e fortuna e solo troppo tardi si renderà conto che le parole non salvano la vita, ma al più, possono averla migliorata.
Alla sua destra, Sala Andrea, chino sul foglio a prendere appunti, a scrivere forsennato nel tentativo di intrappolare i concetti, di affogare i pensieri sulla pagina bianca, imbrattato di inchiostro e sudore nello sforzo di correre veloce quanto le parole del professore. La sua vita sarà così: spesa nel tentativo di decifrare gli istanti, immortalare le figure su una pellicola per ritrovare le stesse facce, gli stessi movimenti, le stesse emozioni. E trovare le stesse risposte. Lo accompagnerà una donna più grande di lui che, invano, cercherà di suggerirgli che spesso non sono le risposte a contare, ma le domande.
Dopo di lui, un posto vuoto, di solito occupato da Madera Beatrice, oggi a casa con la febbre, domani a casa con dolori alle gambe, tra dieci anni a casa con forti dolori alla testa. Ognuno dalla vita si difende come può.
Tosi Alex viene subito dopo il posto vuoto. Alex guarda la professoressa ma pensa ad altro. Pensa che anche lui, un giorno, parlerà a un pubblico attento (non certo come quello che sta ora di fronte alla Dardi) e sceglierà le frasi giuste, le parole adatte per convincere, affascinare, vincere. Punterà in alto, senza preoccuparsi di quanto tutto ciò costerà né, soprattutto, chi dovrà pagare il conto.
Nella fila dietro, Ravel Claudia, con lo stomaco chiuso per il terrore di essere interrogata. Maledice tutte le scuole del mondo e i libri di storia e di matematica e di scienze. Si domanda che senso abbia restare bloccata su quella sedia, tra quei banchi, quelle mura, mentre fuori il sole splende e la vita non aspetta altro che lei. E non vede l’ora di uscire da lì per correre, saltare, ballare. Non vede l’ora di liberarsi da quella trappola. Non immagina che un giorno, tra molti anni, un’altra trappola scatterà. Una trappola da cui non potrà liberarsi.
Alle spalle di Beatrice che non c’è, Tiepolo Giovanna, lunghe ciglia nere sospese su occhi languidi e sempre innamorati. Adesso innamorati di Sala Andrea, domani di Federico e poi Massimo e poi Claudio e poi Stefano e poi Remo e poi e poi e poi.
Di fianco a lei c’è Settembrini Anita, la schiena eretta contro la sedia, nella postura un po’ finta delle ballerine. E una ballerina diventerà. Riceverà le frustate della vita con invidiabile nonchalance e con la stessa invidiabile nonchalance, a ventun anni, romperà uno specchio sulla testa del suo amante. Lo specchio andrà in mille pezzi, e così pure la sua felicità perché quell’amante l’abbandonerà per la sua migliore amica. Anita non è tipo da perdonare un simile tradimento e con aristocratico sussiego comincerà a bere a bere a bere finché il cigno che era sembrerà un avvoltoio in attesa di una carogna da spolpare.
Il banco dopo è occupato da Biraghi Raffaello, che ha già le dita sporche di nicotina e le rughe intorno agli occhi e che è seduto in quella classe ma non è lì che dovrebbe stare, lui pensa, ma sul cantiere a picchiare un mattone sull’altro e a portare a casa un po’ di soldi che in famiglia sono in sei e nessuno che lavora a parte sua madre che si alza alle quattro per andare a pulire gli uffici. Suo padre è a casa da un anno, non parla quasi più, mangia a stento e guarda quella sua famiglia dall’angolo della sala come un pittore guarderebbe un’opera che ha dipinto ma che non gli assomiglia. Raffaello lascerà la scuola tra un anno e lavorerà tutta la vita tra calcina, mattoni, malta, polvere, acqua e sole e vento addosso. Non si sposerà mai perché non riuscirà a dimenticare la faccia spaurita di suo padre mentre lo guarda dall’angolo della sala.
Una fila dietro, spostato di alcuni metri rispetto agli altri, con il banco che rompe la simmetria, formando l’unica nota stonata nell’ordine geometrico della classe, Tremo Atrovs, di origine greca gli hanno raccontato in orfanotrofio, senza che lui chiedesse nulla. Nessuno mai capisce il suo nome e lui non lo ripete due volte. Non ripete mai niente due volte. Trascorrerà i suoi anni come una foglia soffiata dal vento, senza mai fermarsi, vagando qua e là, il cervello perso in fantastici mondi che lo attirano come sirene e lo invitano ad entrare. Ma come si può entrare all’interno della propria mente e di quella vivere, senza che gli altri ti prendano per pazzo? Ed è proprio così che lo vedono gli altri: come un pazzo e con il passare degli anni sarà sempre peggio. Lo terranno lontano, cercheranno di evitarlo. Lui, però, sentirà le loro parole, che lo inseguiranno come freccette dalla punta avvelenata. “Matto matto matto matto”. Gli sembrerà di sentirla quella cantilena, cantata da mille voci sottili e petulanti.
La professoressa Dardi parla e pensa. Pensa che le piacerebbe possedere una sfera di cristallo per vedere il futuro di questi suoi alunni che non sanno di avere di fronte a sé una donna che scrive poesie che nessuno mai leggerà.
La professoressa parla e le sue parole che parlano di morti ormai dimenticati riempiono il silenzio dell’aula, e si perdono.

©Barbara Garlaschelli, 2015

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