Non volevo morire vergine

NON VOLEVO MORIRE VERGINE

La verginità che ho sempre voluto “perdere” non è certo solo quella sessuale.
Da un certo momento in poi ho capito che se volevo avere una vita all’altezza delle mie aspirazioni – piena, intensa, mia – dovevo buttarmi nella mischia, o meglio, dovevo buttarci il mio corpo. Perché la mente, in verità, nella mischia c’è sempre stata.
Sul nostro corpo è segnata la nostra storia, sano o malato che sia. Questa storia, però, siamo noi a scriverla, noi e ciò che ci accade e ciò che permettiamo che ci accada.
Forse quello che mi ha salvata dal morire non solo vergine, ma morire tou court è stata la consapevolezza di appartenermi, e di poter scegliere io, che nell’apparenza non posso nemmeno alzarmi o sdraiarmi senza aiuto, cosa farne di me.
Non è un discorso che può essere generalizzato, perché ciascuno di noi è un universo, spesso difficile da narrare persino da se stessi. Perché, come scrive Thomas Bernhard, la memoria è labile e quando si scrive di sé è difficile raccontare “l’istante”: i nostri ricordi sono la somma di ricordi altrui, il riverbero di altre memorie.
Ho cercato, in questo libro che è un pezzo di me, di essere lucida e precisa non solo negli eventi ma nella scelta delle parole, delle virgole, degli a capo. Soprattutto, di essere onesta.
Questa storia è la storia di un corpo che si trasforma suo malgrado e che acciaccato e stanco – ora più che mai – non ha mai smesso di decidere di e come esistere.

© Barbara Garlaschelli, 2017

 

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