Navigare a vista [2] di Barbara Garlaschelli

Sono le tre del pomeriggio e fa caldo. Molto caldo per essere settembre.
Io e Giampaolo, ciascuno armato dei propri mezzi di locomozione – io ruote, lui roller – ci avviamo sull’argine maestro del Po, quello che parte da Malpaga.
Non abbiamo mai fatto questo percorso, non sappiamo com’è l’asfalto, se abbastanza liscio per i roller e la sedia a rotelle o accidentato. Non c’importa, io e Giampaolo andiamo, come sempre.

© foto di Giampaolo Poli

Il fiume appare all’improvviso, in modo discreto, come una donna bellissima che con gesto lento e misurato si toglie il cilindro sotto il quale è nascosta una chioma lunga e morbida. Mentre proseguiamo, il Po prende spazio, si allarga e curva verso est, mentre la strada che stiamo seguendo noi si piega verso ovest e si spezza in curve e controcurve.

© foto di Giampaolo Poli

Attorno a noi, campi coltivati.
E poi macchie di querce, pioppi e un salice, con i lunghi rami elegantemente piegati verso il basso, mossi dalla brezza leggera.

“Torniamo?”
“No, proviamo a vedere là cosa c’è”.

Ci allontaniamo sempre più da dove abbiamo lasciato la macchina. Non c’è nessuno a parte noi.

Non so quanti chilometri abbiamo percorso, almeno quindici tra andata e ritorno.
Sotto il sole.
Nella campagna deserta.
Il fiume che appare e scompare.
Delle cascine qua e là.
Qualche trattore, lontano.

© foto di Giampaolo Poli

E mentre andiamo penso che una delle poche cose di cui ho nostalgia è andare in bicicletta, perché è vero che sono munita di ruote, ma non è la stessa cosa.
D’improvviso, mi sento libera. Capisco alla perfezione cosa significhi, per me, sentirsi così. Significa sapere di desiderare una cosa, non poterla avere e non vergognarsi di desiderarla lo stesso.

“Andiamo avanti?” mi chiede Giampaolo.
“Sì.”

Ecco, navigare a vista, talvolta, sta in una parola sola e nel saperla pronunciare.

© video di Giampaolo Poli
© testo di Barbara Garlaschelli

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