Bologna, 2 agosto 1980

LA VEGLIA DELLA FOLLIA

Fu come se il cielo si oscurasse, anche a Milano che dista da Bologna 211 chilometri circa.

Fu come se il rumore, le schegge, il sangue, le urla, gli occhi sbarrati, le fiamme, i muri crollati, i morti fossero lì davanti a noi, a Milano. Non solo perché la tv mostrava le immagini e noi, attoniti, sgomenti, superflui, fissavamo gli schermi, no, non fu solo per quello. Fu perché capimmo che tra quei morti c’eravamo anche noi, che avevano colpito anche noi. Milano Roma Trapani Bergamo Brescia Forlì Ancona Sassari Reggio Calabria un lungo rosario di nomi e persone che veniva cancellato in un solo istante. La coscienza di tutti noi annerita.

Il dolore fu come uno scheletro che si aggirava tra le carcasse fumanti.

E quella gente, tutta quella gente… Chi soccorreva chi non avrebbe potuto soccorrere più nessuno. Chi piangeva chi non avrebbe mai più versato una lacrima. Chi guardava chi non avrebbe mai più potuto guardare niente e nessuno.

E noi lì, distanti e contigui, lontani e troppo vicini per non sentire che niente sarebbe stato come prima. Non era “solo” una bomba, era la fine di un mondo.

E a quei morti sarebbe importato di sapere perché morire così, alle 10,25 di un’estate calda, mentre le valige venivano issate sui vagoni, le mani sventolavano saluti, le guance si sfioravano per un bacio frettoloso perché il treno sarebbe partito da lì a poco e poi dai ci vediamo presto, appena finisco il lavoro vi raggiungo al mare.

A tutti noi sarebbe importato sapere il perché, e chi. Chi.

La polvere nera che si alzò dopo lo scoppio della bomba e il silenzio che seguì raccontato da chi c’era è come ci avvolgesse ancora adesso e ci trascinasse giù, verso il centro di quel dolore, noi tutti, cittadini di un paese con la memoria così affollata di stragi, di morti ammazzati, di sangue sulle mani che nessuna acqua, mai, potrà cancellare.

Ottantacinque morti, duecento feriti.

Ma in realtà molti di più, in una diramazione impazzita che da Bologna arrivò ovunque, come le vene di un corpo umano che portano sangue dai piedi al cervello. Bologna, in quel giorno, fu il cuore, come lo erano state Milano e Brescia anni addietro.

E poi le stesse immagini di disperazione e terrore. Il muto orrore del mondo che impazzisce dentro una vita che sino a quel momento ha avuto un ritmo regolare, lancette di un orologio che si spostano secondo dopo secondo, nel perfetto disordine quotidiano che è la vita.

Quella bomba fece esplodere il tempo, non solo gli orologi.

E se non fossimo così stolidamente certi di essere innocenti sapremmo che quella bomba in quella città appartiene anche a noi.

Quella bomba siamo noi.

©Barbara Garlaschelli, 2015

 

(Questo racconto è uscito nell’antologia Il nostro due agosto (nero), 44 racconti sulla strage di Bologna raccolti e curati da Luca Martini, Antonio Tombolini Editore, 2015.)

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