MoBa [3] di Barbara Garlaschelli

STANZA 322

La guardava mentre appendeva gli abiti sugli ometti.
«Si chiamano grucce», lo aveva corretto poco prima, intanto che lui fingeva di sistemare le sue cose nel cassetto del comodino.
«Io devo dormire sulla sinistra o non chiudo occhio», gli aveva annunciato dopo la storia degli ometti/grucce).
Perché era lì con quella donna? Nemmeno sapeva bene chi fosse, si erano conosciuti su Facebook tre mesi prima e incontrati dopo qualche giorno di messaggiamento furioso, al limite del delirio. In meno di una settimana, prima dell’incontro vero, si erano scritti via chat, via mail e su Whatsapp. Giorni di confusa felicità e assoluta demenza, trascorsi incollato al computer o al tablet o all’I-phone, saltando da un tasto all’altro, da un indirizzo di posta elettronica all’altro (io ho cinque nick-name, gli aveva detto, in quel suo modo definitivo e burocratico che lo aveva colpito e lasciato un filino spiazzato. Riusciva a essere burocratica anche nei messaggi un po’ spinti. Non so, lui le scriveva; «Vorrei leccarti tutta» e lei rispondeva: «Sì, si può fare”. La prima volta che aveva letto una di queste risposte, un dubbio gli era nato, subito sepolto da una raffica di mail, sms, foto, messaggi in chat).
Per quel breve e folle periodo della sua vita, aveva trascorso quasi tutto il tempo attaccato al portatile per essere in tempo reale nella risposta. Non aveva lavorato quasi più (ma tanto al giornale era facile passare inosservato, tutti stazionavano davanti a uno schermo acceso, il volto azzurrognolo come la luce emanata dai video), non aveva dormito per tre giorni e tre notti di fila, aveva mangiato senza mai lasciare la tastiera, ungendola, tra l’altro, di chissà quali orride sostanze, non parlava più con nessuno (ma tanto con sua moglie e sua figlia quindicenne le comunicazioni si erano interrotte non ricordava nemmeno lui quando, un tempo lungo comunque, abbastanza per essere in imbarazzo quando per sbaglio si ritrovavano tutti e tre a condividere uno stesso spazio fisico), i colleghi immersi nel loro lavoro (o nelle loro folli navigazioni, come lui) non gli prestavano alcuna attenzione né lui a loro.
Finito di trastullarsi con il cassetto del comodino, trasse dalla borsa nera un costume da bagno e una maglietta che posò sul letto, mentre lei se ne stava immobile a osservare i vestiti appesi nell’armadio. Allungò una mano e spostò di un soffio un abito beige, poi restò a guardare mentre l’abito oscillava lieve.
Chissà che vede?, si domandò lui. Chissà che vedono le donne? Perché una cosa l’aveva capita nel corso della sua seppur non troppo lunga ma neanche breve esistenza (se vogliamo chiamare esistenza quarantatré anni rotolati come gatti di polvere sotto a un letto): le donne vedono cose di cui gli uomini non sospettano nemmeno la presenza (né reale né virtuale). E non era la solita solfa sessista de “le donne sono più sensibili degli uomini, tranne di quelli che mettono in mostra la loro parte femminile, ovvio” (questo lo aveva letto da qualche parte, forse su qualche stato di Facebook). No, era proprio un fatto di visione, ma nel senso di una questione scientifica e anche se a lui mancavano gli strumenti di conoscenza per spiegarsi (e a chi l’avrebbe spiegato, d’altronde? Alla donna che scrutava in silenzio la fila di abiti appesi? A sua moglie? A sua figlia? L’ultima volta che si erano rivolti la parola era stata una settimana prima: lui le aveva dato della viziata incolta e lei gli aveva risposto che la sua opinione le stava indifferente, che non le interessava cosa pensasse di lei, anzi, non le interessava nemmeno che lui pensasse. Se l’avesse fatta qualcun altro e non sua figlia, l’avrebbe trovata un’ottima battuta). Insomma, in parole povere, le donne mettevano in moto una parte del cervello (avevano una maggior densità neuronale a livello di sostanza grigia, una roba così, anche questo lo aveva letto da qualche parte) che permetteva loro di vedere, punto e basta.
E una buona visione nella vita, è tutto. Lo sapeva, così come sapeva di aver brancolato nel buio per anni, aspettando di capire quale fosse la direzione giusta da prendere, quale l’angolo esatto in cui svoltare per trovare la discesa invece che quella continua, umiliante, debilitante salita che rappresentavano i suoi giorni.
«Ecco fatto», disse lei voltandosi rapida e fissandolo con la stessa intensità con cui aveva fissato l’armadio. «Se vuoi mettere via le tue cose… »
«Sì… grazie… ora le tiro fuori dalla borsa… », balbettò, colto impreparato. Come sempre.
«È bello qui», disse lei spostandosi davanti alla finestra da cui si vedeva una striscia di mare blu schiacciato da un cielo altrettanto blu. «Ci sei già stato?». Si girò a guardarlo, con un mezzo sorriso che lo confuse in maniera definitiva.
Doveva essere sincero o fare il brillante?
«Sì,  un paio di anni fa. Mi ero trovato bene così ho pensato che… » Mezza verità.
«Da solo?», lo incalzò lei, senza svestirsi del sorriso depistante.
«Sì, per lavoro… » Mezza verità andava bene. Ci era venuto, sì, due anni fa, sì, in vacanza con moglie e figlia ed era stata un disastro totale, la vacanza, però in albergo si era trovato bene davvero, gli era piaciuto, una costruzione Liberty autentica, conduzione famigliare ma con un tocco di classe e una cucina strepitosa.
«Mmmm…», disse poco convinta, poi afferrò il beauty giallo grande quanto una cassaforte di medie dimensioni e scomparve in bagno.
«Sistemo le ultime cose.»
«Ce la farai per l’ora di cena?» Avrebbe dovuto essere una battuta ma capì, ancora prima di pronunciarla, che sarebbe affondata nello stagno del suo mezzo sorriso. Infatti, lei apparve sulla soglia del bagno, accompagnata dall’ormai inseparabile rictus e disse: «Come?»
«Niente, parlavo da solo… »
L’occhiata che gli rivolse fu identica, ma proprio identica, a quella che sempre più spesso gli rivolgeva la figlia: una sorta di stupore, come se fosse incredibile che uno come lui esistesse.
Ruotando di centottanta gradi lei riscomparve in bagno, da cui cominciarono a provenire rumori e profumi.
Che ci faccio qui? si domandò per l’ennesima volta. Fissò la stampa appesa alla parete di fronte al letto e restò a contemplarla. Sembrava il disegno di un bambino: c’erano delle colline, dei pini nani in lontananza e in primo piano due alberi spennacchiuti i cui rami si inglobavano l’uno nell’altro. Rapito dalla bruttezza dell’immagine si avvicinò per osservarla meglio, così poté leggere la didascalia sottostante “Due alberi in amore” di G.D., donato a questo albergo dalla figlia S.
La speranza che quell’obbrobrio fosse frutto di fantasia e manualità infantili si dissolse. Incapace di distogliere lo sguardo dai due alberi abbracciati (ormai era ufficiale che i due avessero una relazione) si ritrovò a pensare alle visioni delle donne. Ecco cosa poteva vedere una donna adulta in due alberi: due innamorati che neppure la durezza del legno, l’impossibilità della materia avrebbe potuto concedere. C’era una fantasia perversa dentro quell’immagine, o così almeno lui la percepì. C’era da avere paura di donne che vedevano alberi innamorati, intrecciati in modo indissolubile. Solo una sega avrebbe potuto separarli. Il doppio senso nato da qualche parte del suo ridotto cervello maschile, gli fece venir voglia di ridere e vomitare.
Gettò un’occhiata alla finestra. Il mare era blu e fermo, il cielo in movimento di nuvole. Sentì che gli mancava il fiato.
Due alberi in amore.
Quando lei uscì dal bagno, venti minuti più tardi, trovò la stanza vuota di lui e i suoi bagagli, e la finestra spalancata.

©Barbara Garlaschelli, 2018

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