MoBa [1] di Barbara Garaschelli

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Stanza 134*

Si mise seduta alla piccola scrivania e prese carta e penna. Restò alcuni istanti a fissare davanti a sé il muro bianco. Sollevò un poco lo sguardo e incontrò l’espressione severa di una signora anziana (che poteva anche essere il volto di un uomo, però) mentre, ballando in mezzo a un campo fiorito, stringeva in una mano delle margherite.
C’era qualcosa di incongruo tra l’espressione incupita dell’anziana e la leggiadria delle sue movenze. Osservò meglio e si rese conto che la donna non stava affatto ballando, bensì era seduta su una sedia di cui s’intravvedeva lo schienale e un bracciolo stretto dall’altra mano. Il fatto è che chi aveva dipinto il ritratto non doveva sapere nulla di prospettiva e profondità. O forse ne sapeva e, come ogni vero artista, aveva voluto dare un nuovo apporto all’arte.
Scosse la testa e afferrò la penna, lisciando il foglio di carta, dimentica della donna anziana che incombeva severa su di lei.

Amore mio, nella tua ultima lettera mi hai chiesto come stavo.
Non sono riuscita a trovare le parole giuste per spiegartelo, sino ad oggi. E forse non riuscirò nemmeno questa volta.
Mi sento incompleta.
Da quando papà è morto, questa è la sensazione che mi spiega meglio.
Incompleta.

La cosa che mi manca di più è un gesto che faceva sempre: accarezzarmi da dietro, con la mano a conca che accoglieva il mio mento. Le sue mani erano ruvide e calde. Mani di uno che aveva lavorato tutta la vita, usandole.

Ricordi? Sapeva fare di tutto, dal tagliare il vetro per costruire finestre a piombo, lampade e lampadari stile Tiffany, a costruire mobili di legno, al lavorare il ferro a freddo. Sapeva fare tutto, e sembrava sapere sempre come e perché farlo.

Nutriva un velato (nemmeno tanto velato) disprezzo per quegli uomini che “non sono capaci neanche di montare una lampadina”, che non avevano intimità con la materia e le proprie capacità manuali. Forse è per questo che ti ha amato subito quando ti ho presentato a lui, quando gli hai fatto vedere la tua casa e quell’armadio che avevi costruito.

Ricordo la sua occhiata compiaciuta mentre ti osservava e ascoltava, tu così timido di fronte a lui così estroverso.

Non voleva essere definito “artista” ma “artigiano” perché, diceva, lui non aveva il genio dell’invenzione, ma la capacità della costruzione.

Invece, io ho sempre creduto che lui, artista, lo fosse davvero: aveva saputo fare della sua vita un’opera d’arte.

Si riconosceva nelle scelte fatte e pure negli errori. Era uno di quegli uomini che si guardavano allo specchio non per ammirarsi ma per confermarsi.

La rettitudine, la lealtà, la disponibilità erano i suoi capisaldi.

Viveva insieme agli altri ed era un leader naturale, s’imponeva con la sua vitalità, la comicità. Gli ripetevo spesso che avrebbe dovuto fare l’attore comico.

Sapeva dare e prendere.

Ricordi quando ti tenevamo sotto il tiro incrociato delle nostre battute? Eravamo in sintonia perfetta. Come due musicisti che suonavano insieme da sempre.

Eravamo il tac tac di un metronomo.
Tac tac, tac tac.
Tac tac.
Tac.

Era la vita fatta uomo.
Era la passione per la cosa più piccola e quella più grande.
Era un uomo complesso che aveva fatto della semplicità il suo modo di relazionarsi al mondo.

Mi manca quel gesto e mi manca la sua vita.
Ma sopra ogni altra cosa, mi manca non averlo potuto abbracciare prima che morisse.
Confinati io sulla sedia a rotelle, lui su un letto d’ospedale eravamo vicini ma senza la possibilità di rifugiarci nei nostri accoglienti abbracci.

Tu, come un angelo custode impotente, ci osservarvi struggendoti per non non poter fare nulla per lui. Per me.

Non potevi salvarci.
Io non potevo salvare lui.

Quell’abbraccio sarà il pezzo mancante del mosaico della mia esistenza. Per sempre.

Un’imperfezione eterna.
Non ricostruibile.
Infranta.
Ecco, così sto.
Però volevo dirti che, me, mi hai salvata.
E che sto tornando.
Non segnarti l’indirizzo dell’ albergo.
Arriverò prima di questa lettera.
Imperfetta ma viva.

Con amore, tua.”

@Barbara Garlaschelli, 2018

*Esiste a Boston un luogo dedicato ai più brutti quadri del mondo si chiama MoBa. Alcuni miei racconti prederanno ispirazione da quei quadri. L’ambientazione è un albergo immaginario dove personaggi immaginari trascorreranno perodi più o meno lunghi della loro vita.

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