Maremoti [15] di Maria Elena Poggi

© ph. M.E.Poggi

NODI NELLA RETE

Chissà se ti capita mai di pensare a quella  cena all’Antico Mulino.
Quella sera c’eravamo tutti; noi: gli s-conosciuti del web.

Io la ricordo come se fosse ora.

B., la mia migliore amica, mi ha appena lasciato sulla soglia del ristorante con un misto di apprensione e invidia; davvero non capisce come io possa trovare interessante interagire, via Internet, con persone delle quali non conosco le espressioni del viso.
È l’ultimo scorcio del secolo; la Rete ci è esplosa fra le mani, si è aperta a noi come un fiore tropicale pieno di colori: irresistibile.
Interagire in tempo reale con altri esseri umani al di là di uno schermo è un emozione che si vive e non si spiega. Almeno, io non ci riesco.

Sono in ritardo, come al solito. Affretto il passo, mi presento sorridendo alla tavolata e prendo posto  davanti alle ragazzine,  Osk e Tj; poche sedie più in là ci sei tu. Ci sorridiamo.
Le ragazze sprizzano adrenalina da tutti i pori, spargono vibrazioni che è impossibile non percepire. Osk ha lunghissimi capelli scuri e gli occhi venati da una maliconia dolce. Tj, invece, ha il naso aquilino e il bisogno disperato di stupirci, di essere trasgressiva nel reale come nel virtuale.
Cerca di mettere in difficoltà il cameriere, un bel ragazzo alto e bruno, esibendo più che a vista l’elastico di un  perizoma nero.
Lui non fa un plissè e continua a raccogliere le nostre ordinazioni.
“Bambina” penso fra me e me “Sei troppo giovane per sapere quanta e quale  merda deve aver visto circolare fra questi tavoli questo ragazzo dal bel volto affilato: non sarà di sicuro l’elastico che spunta dai tuoi pantaloni a scandalizzarlo, questa sera.
Tu non puoi sapere quanta fatica vera gli costano i quattro spicci che gli versano in nero e che usa per non pesare troppo sui suoi, giù al paese.
Di sicuro studia. Magari è al quarto di medicina e sogna di tornare a casa invece di star qui, i piedi gonfi nelle scarpe nere strette, a macinare chilometri con le nostre pizze fra le braccia.
Chissà quanti rospi crudi deve aver ingoiato per la boria di gente convinta che corrispondere il prezzo di un pasto li esoneri dalle più elementari forme di educazione”.
Questo vorrei dirti, Tj.
Ma sorrido e me ne resto zitta. Mi tengo fra i denti la tirata moralizzatrice, non sei mia figlia.
Ma questo è quel che penso e gli voglio un po’ bene, a quel ragazzo bruno.
Tj, ad un tratto,  mi fissa e con quel fare strafottente che la caratterizza mi butta lì un «Hai davvero
una faccia bellissima. Non credevo fossi così. Ti avevo immaginato diversa».
Ringrazio e sorrido.
“Sapessi, bambina, che cosa nasconde questa faccia. Il web è ragnatela che mi cicatrizza. Rendo grazie, ora e sempre”.
Io, invece punto il mio sguardo su di te. E così hai questo volto, tu. Nelle dinamiche dei gruppi è tipica l’attribuzione dei ruoli: io sono la Romantica Ironica, a te tocca il ruolo di Chioccia virtuale, o Amico Saggio.
Sei alto, hai un’aria da giovane lord, una bocca ben disegnata e profondi occhi nocciola. Non male, nel complesso. Ti immaginavo diverso, anch’io.
Il mio esame minuzioso, frutto più che altro della  mia miopia non corretta e della naturale tendenza a divagare, non deve esserti piaciuto più di tanto visto che senti il bisogno di affermare brusco: «Non ci provare, bella! Sono fidanzato, l’anno prossimo mi sposo».
Ti scocco un’occhiata ironica e ribatto «Non sono gelosa», prima di tuffare il mio nasino nel boccale della birra e chiudere lì questo spiacevole scambio. La vita è troppo breve per sprecarla in inutili polemiche.
Scorre il tempo, scorre la birra. Ci siamo quasi tutti: Bear, Vamp, Kai e gli altri.
Manca il “mio” Inverno ma ci pensa Ash a prendermi in giro raccontando di quella volta che ci siamo visti noi tre – fra la via Emilia e il West – e io sono arrivata guidando a fari spenti nella notte.
Ovvio che così è un attimo  finire la serata  cantando Emozioni.
La birra circola e le distanze si accorciano, finiamo a misurare i nostri gradi di separazione che, in alcuni casi, sono ben meno di sei.
Con V. siamo destinati a rivederci presto in circostanze meno piacevoli, ma questa sera ancora non lo sappiamo.
Virtuale, reale. Labili i confini; restiamo – ora e sempre – persone. Fragili, per lo più.

Dopo la mezzanotte, la compagnia si scioglie. Tu ti offri per accompagnare Osk, Tj e me.
Salgo in auto e prendo posto dietro al conducente. Lascio che il mio sguardo vaghi fuori dal finestrino: le belle serate mi lasciano sempre dentro uno stupore malinconico, forse sarà la base alcolica, altrimenti non so.
Sono distratta e quindi il tocco della tua mano che sfiora la mia caviglia, nuda nel sandalo estivo,  mi prende alla sprovvista. È un gesto così rapido che quasi penso di aver sognato. Mi coglie talmente impreparata che non riesco a soffocare un piccolo grido di sorpresa.
È un gesto veloce, sì, ma la memoria della pelle fa in tempo a catalogarlo come piacevole.

Lasci me, per ultima.  Arriviamo sotto casa, fermi l’auto e scendi per aprirmi la portiera.
Sei un vero piccolo lord.
Mi accompagni fin davanti al portone e poi, rapido e rapace, ti pieghi a posare le tue labbra sulle mie.
Un bacio, così inatteso. Un saluto languido e morbido.
Mi guardi; ti guardo: ti fisso negli occhi a testa in su e ti sussurro piano «Non ci provare, bello! Sei fidanzato, l’anno prossimo ti sposi!»

Sorridi, mi stringi piano e poi mi lasci andare.
«Ciao, ci leggiamo domani».

Non ci incontreremo mai più.

© Maria Elena Poggi, 2018

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