Maremoti [1] di Maria Elena Poggi

Il Vaso di Pandora © Nikolinka Nikolova

Il Vaso di Pandora © Nikolinka Nikolova

L’ULTIMA AD ANDARE

Il Pilota rinvenne, piano. Ancora tramortito dall’urto,  pensava pensieri incoerenti.
Sul quel pianeta l’aria era dolce e sottile. Il Pilota si pentì di non aver seguito con maggiore attenzione il corso di geografia interstellare: adesso avrebbe  dato un occhio bionico per saperne di più su quel strano pianeta: la Terra.
Era stato un viaggio ordinario: il decollo in perfetto orario e una navigazione tranquilla, in rotta verso Urano. Un viaggetto ben remunerato. La strumentazione di bordo era in perfetto stato ma datata e quell’entrata inattesa gli avrebbe permesso di rimodernarne le parti più obsolete.
Ma a metà strada Pandora, la sua navicella, era entrata in avaria; il motore era andato in blocco, ne era seguita  una serie di balzi  terminato in un loop in picchiata, seguito da un botto.
Poi il silenzio. Il Pilota sapeva di essere ancora vivo: sentiva la gola stretta in una morsa possente, la sua linfa vitale batteva imbizzarrita, desiderosa solo di abbandonare il suo fragile involucro. Il Pilota esalò un respiro e costrinse la linfa sediziosa a  rifluire nelle periferie del suo corpo, a farsi fluida e a mollare la presa.
Si tolse il casco e guardo il cielo. Non gli servì a molto:  solo nuvole omertose e nessuna stella.
Nell’impatto con il  suolo quella buffa urna che doveva trasportare su Urano si era capovolta e ne era uscito un turbinio di colori cupi, odore acre di disfacimento e turpitudine.
Da qualche punto remoto, nella vallata scoscesa che si stendeva al di sotto della sua navicella, vide provenire bagliori improvvisi e rumori di battaglia.
Il Pilota si voltò e guardò in cagnesco l’urna rovesciata. La guardò truce, come se fosse la causa di tutti i suoi mali. Si alzò, a fatica. Le si avvicinò e le sferrò un calcio, stizzito. L’urna rotolò via, lontana, producendo un inatteso rumore fioco ed argentino.
Il Pilota ristette, straniato. Poi, d’istinto la rincorse, curioso.
L’afferrò guardingo. Cosa altro doveva aspettarsi da quella notte buia?
L’urna era calda e leggera. Il Pilota spinse il suo sguardo all’interno del vaso,  sforzandosi di cogliere qualcosa in tutta quel l’oscurità.
Colse un minuscolo lampo, sul fondo inclinato. La fioca illuminazione irradiata dalla sua astronave gli svelò la verità.
Al Pilota sfuggì un gemito  di sorpresa. Era Lei, la riconobbe subito. Era una cosa piccola, dall’aria fragile ed eterea. Il Pilota si rese conto di averla cercata in alto, lontano e di averla invece sempre avuta sotto gli occhi.
La tenne delicatamente fra le mani, incerto sul da farsi. Fu tentanto di portala con sé ma  Lei era destinata ad altro. Dalla valle i rumori della battaglia arrivavano ancora più forti.
Allora il Pilota capì cosa doveva farne: la tenne stretta ed in alto, sopra la sua testa.
Poi la scaraventò violentemente a terra. Lei, la Speranza, brillò di un fuoco interno e poi si infranse in mille minuscoli frammenti.  Si alzò una folata di vento che li disperse, nel mondo. Nella valle, per un lungo attimo i rumori di lotta cessarono.
Le nuvole omertose si aprirono e Sirio apparve al Pilota in tutta la sua eburnea bellezza. Ora poteva andare. Il Pilota respirò un’ultima volta quell’aria dolce e sottile. Poi chiuse la cupola, impostò l’assetto di volo, e dopo un sommario conto alla rovescia si innalzò in volo e scomparve.

© Maria Elena Poggi, 2016

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