Luoghi e non luoghi [4] di Paola Rondini

©opera di Zio Ziegler

©opera di Zio Ziegler

Carrozzine

La carrozzina evitò una pozzanghera e poi una lattina di birra. Deviò anche un cattivo pensiero e poi un ricordo, sempre quello, che la sua mente si tirava dietro come al guinzaglio.

La gente del suo quartiere, incrociandola, si produceva in un sorriso con gli occhi addolciti e col collo sempre leggermente piegato di lato; erano pronti a farle strada, aprirle la porta, a sistemarle la spesa, pronti a essere più buoni, a farle tanti complimenti per quella parte di corpo che era ancora viva: i capelli, la pelle, il seno, le mani.

Lei lo sapeva, sapeva tutto.

All’inizio la parola “pietà” le faceva schifo e, nel suo scarno vocabolario dove rabbia, odio, disperazione erano sempre sul podio, la pietà veniva subito dopo.

Col tempo, con tutto il tempo pesante che le era toccato di sostenere, con tutte le acrobazie che la sua anima aveva dovuto imparare per restare viva, Giulia aveva iniziato a decifrarla la pietà, a decodificarla e aveva infine capito che anche la pena era amore; uno spuntino d’amore, una scintilla d’amore, un breve moto, un’increspatura di mare, una sbirciatina momentanea.

Era un piccolissimo bene, minuscolo, molecolare; ma anche il sole era fatto di particelle, che andavano e venivano, che ne producevano altre, si diceva.

Arrivata davanti al solito bar Giulia, la ragazza sulla carrozzina, quella che vedeva l’umanità ad altezza indecente e che, quando era in vena, scherzandoci su, diceva: “Avete tutti la faccia come il culo!”, chiese alla cassiera come stesse.
“Ciao Sandrina come va oggi?”
La ragazza, con troppo trucco, troppi capelli, troppi rimpianti, avrebbe voluto rispondere “male cazzo, male” riassumendo in due parole la sua condizione- salario da fame, mani addosso, un demente di fidanzato- e invece, guardando la fatica che la carrozzina impiegava per superare un rigonfiamento del pavimento, inclinò la testa di lato (ancora) e disse :”Tutto bene Giulia!” e si girò dall’altra parte.
Giulia intravide il profilo triste di Sandrina riflesso sulla mensola a specchio tra i liquori e le cartoline sconce dal Brasile.
La salutò con la mano e uscì.
Qualcuno le diede una mano per attraversare la strada, lei ringraziò.
Procedette quindi da sola sul largo marciapiede del lungomare e quando il lastricato divenne più consumato e liscio, con le gambe di corridori che le facevano largo, aumentò la velocità, godendo del vento.
Arrivata in fondo al viale, girò piano la carrozzina verso il pontile e guardò il mare, agitato, rumoroso, umorale.
Quel gigante con gli incubi al quale lei ormai confidava tutto la fissò in attesa.
Giulia alzò le braccia e respirò a fondo, una, due volte.
“Ho dei superpoteri. Penso proprio di essere un mutante!” gli sussurrò.
Il mare, al solito, le rispose.

© Paola Rondini, 2015

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