Luoghi e non luoghi [3] di Paola Rondini

© Tauba Auerbach

© Tauba Auerbach

LE SORELLE

Ci abbracciammo strette.
Era magrissima.
All’orecchio mi disse:
“Ho un piede nel baratro … che desidero.”
All’inizio fu difficile guardarsi negli occhi, eravamo ancora nel presente mentre, con uno dei nostri salti di dimensione, dovevamo accedere al mondo immutabile della nostra amicizia.
Bastò poco, un sorriso, un ”allora?” bisbigliato, e la leggera tensione tra noi due si sciolse; il linguaggio delle sorelle si impadronì di noi con l’inflessione stretta delle nostre parti e la capriola si compì, di nuovo.
Disse che era un coetaneo, poi alzò gli occhi al cielo come per chiedere al dio delle passioni retard un aiuto linguistico.
“ Parliamo per ore e ore al telefono. Dapprima litigavamo per la politica, ma erano solo giochetti, schermaglie. Le convinzioni, le idee, il passato, la coerenza, i lavori … niente, tutte cazzate, non contano nulla. L’amore, la passione … ecco l’essenza, ecco il vero, non le armature che portiamo addosso … “.
Disse che forse sarebbe scappata con lui, via, una vita diversa: deserti, montagne, per sempre.
“ Ti ricordi? L’ho sempre detto quando ero piccola che avrei finito i miei giorni nel deserto. E’ vero? –
Il corso dei miei pensieri si inceppò, me ne accorsi subito: non riuscivo a mettere le immagini adolescenti accanto alle parole.
Avevo uno sfalsamento, io.
Lei no, lei guidava il motorino e io ero seduta dietro: i capelli bagnati, il vento, atomi impazziti da tutte le parti.
“Non dormo più, mangio per sopravvivere. Mi sento una pazza, sono pazza. Chi può capirmi? “
Era vero, non c’era nessun altro a cui potesse raccontare questa storia se non a me.
A chi un reduce di guerra, può confessare che a volte se ne va da solo in montagna con la gavetta per il pranzo, con la nostalgia per la durezza e limpidezza di quei giorni tra la vita e la morte se non a un compagno, uno che era lì negli anni passati e pericolosi?
Riconoscevo ogni frase esagerata, ogni ciuffo di capelli mandato indietro con un soffio, il rossore, la rabbia, la violenza, la paura, l’ innocenza.
Il tempo era un sasso senza nemmeno una scheggiatura: non era successo nulla da quando avevamo sedici anni, nulla.
Avrei voluto dirle quanto mi sembrasse patetica in quel momento, ma anche a colori, in reazione, in ebollizione, in evoluzione.
Le avrei anche detto, se avessi avuto il fegato, che quando tutto sarebbe finito, quando, rivoluzione o restaurazione, lei sarebbe tornata a legiferare, non senza essere stata chiamata a pagare duro pegno alla cassa, io avrei preso di nuovo il treno per raggiungerla.

© Paola Rondini

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