Lettere da una sconosciuta [12] di Marcella Leonardi

Gangster story, di Arthur Penn (1967)

Scritto da due giornalisti americani per Truffaut, sulla base della vera storia di due gangsters trucidati negli anni ’30, GANGSTER STORY venne poi realizzato da Arthur Penn che con passione lucida traspose nel film la ribellione immatura e sofferta della giovinezza, e il disadattamento sociale che ne scaturisce. I protagonisti sono due figure dalla bellezza violenta e selvaggia, “parenti” dei giovani personaggi del cinema poetico francese: dai Ragazzi Terribili di Jean Cocteau a Fino all’ultimo respiro di Godard.
Il carattere estetico impresso da Penn al film è vitale e rivoluzionario, memore del recente sconvolgimento apportato dalla nouvelle vague e dalla sfrontatezza del cinema americano a basso budget. La regia passa, con montaggio animatissimo, dall’esuberante allegria di alcune parti alla violenza insostenibile di altre; ed è evidente una sorta di musicalità di questa direzione, una leggerezza esemplificata dalla bellezza malinconica di alcuni ralenti che fissano la violenza ed il dolore.
Nel rifare il gangster film, Penn introdusse una dose di realismo che ne fece tremare le fondamenta; i suoi gangsters sono a colori, non hanno la fermezza impassibile e statuaria di un James Cagney, ma la delicatezza della coppia Beatty-Dunaway e sono carichi di una psicologismo che solo Howard Hawks in Scarface del 1931 aveva saputo anticipare.
Inoltre Penn introdusse il sangue: fiotti sche scorrono a terremotare un cinema che fino ad allora non aveva macchiato i suoi protagonisti. La visione del sangue fu uno shock per il pubblico americano, una visione che contaminava storia, mito, contemporaneità ed allo stesso tempo sanciva, in un quadro di realismo poetico ed addolorato, la fine della vecchia Hollywood e la fine di uno sguardo ormai superato sulle cose.

© Marcella Leonardi

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