Lettere da una sconosciuta [11] di Marcella Leonardi

 Hong Kong Express, di Wong Kar Wai

Vuoto amoroso e calma disperazione nel caos del quartiere di Chunking.
Il “poliziotto 663”, tradito dalla sua fidanzata hostess, è immerso nella tristezza di un quotidiano svuotato e velato di rimpianto. 663 (un magnetico Tony Leung) fa della mancanza la sua compagna malinconica. Ogni giorno, nella sua abitazione, torna a rivivere nella memoria i momenti vissuti con la donna perduta; piange insieme agli oggetti, li consola, li umanizza. Nulla sembra avere più alcun significato, se non in relazione alla sua perdita. Il suo è un dolore dignitoso e a tratti sorridente, mai patetico.
Ma un giono 663 si accorge di Faye, la ragazza del fast food che si è innamorata di lui. Faye è uno spirito leggero, una fata lieve dall’allegria folle e un po’ clownesca, che ricolora il suo mondo. I suoi capelli corti di ragazza, i grandi occhi spalancati sul mondo e sull’amore ne fanno un’anima sperduta e giocosa sullo sfondo di una città in corsa. In un bellissima scena in time-lapse, Wong Kar-Wai isola e cristallizza il sentimento di Faye mentre intorno tutto scorre.
Non sono mai riuscita a comprendere perchè Wong Kar-Wai abbia spesso suscitato critiche, tra cui l’essere troppo “occidentale” ed estetizzante. Wong Kar-Wai è un regista di metropoli, ed è chiaro che il suo linguaggio aderisce al suo mondo, in cui i contorni tra le culture e le espressioni si sfanno. Ma l’accusa di virtuosismo estetico in questo caso è ancora più ingiustificata. Hong Kong Express è stato girato quasi interamente camera a spalla, e la visione di Wong Kar Wai è esattamente lo specchio del suo sentimento. Il regista mescola suoni e sensazioni, velocità e cromatismi intensi pari a certi sconvolgimenti del cuore. In Hong Kong Express, Wong Kar-Wai è il regista dell’amore.

© Marcella Leonardi

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