Le lettere che non ho mai scritto [4] di Barbara Garlaschelli

da web

Caro Ezio,

mentre ti scrivo sto ascoltando Preludio NO 1 The building room da The 12th room.

Ti scrivo perché ieri, per caso, ho incontrato il tuo sorriso su Fb mentre rilasciavi un’intervista a Domenico Innacone de I dieci comandamenti, andata in onda su rai 3 tempo fa. Non che non ti conoscessi o non ti avessi ascoltato prima, te e la tua musica, ma ieri è avvenuta una sorta di folgorazione: i miei occhi si sono incastrati nel tuo sorriso, e mi sono incantata. Poi ho cercato altre tue interviste, sul web, ho acceso la musica e ho cominciato ad ascoltarti.

E mi è venuta voglia di scriverti una delle mie Lettere che non ho mai scritto, senza sapere se la leggerai mai, ma con quell’urgenza meravigliosa e indomabile che coglie talvolta gli scrittori.

Ci sono molte cose che ci accomunano, oltre al fatto di esprimerci attraverso un’arte, nel mio caso la parola scritta, nel tuo la musica, composta e interpretata.

C’è che tutti e due, per ragioni molto diverse, in un giorno, all’improvvso, abbiamo perso tutto ciò che avevamo, e abbiamo dovuto riconquistarcelo, come abbiamo potuto e saputo. Tu per un’operazione al cervello che ti ha precipitato, come la definisci “in una storia di buio”, alla quale è seguita la comparsa della malattia degenerativa. Io perché da quando ho avuto il mio incidente nell’81 sono caduta non in una storia di buio, ma di immobilità, per una lesione totale al midollo a livello cervicale.

Racconti in un’intervista a L’Huffington Post del 10 dicembre 2017: “A un certo punto avevo perso tutto, il linguaggio, la musica: la ricordavo, ma non la capivo. Suonavo e piangevo, per mesi non sono riuscito a far nulla. La musica non faceva parte della mia vita, era lontana, non riuscivo ad afferrarla. Ho scoperto così che potevo farne a meno. E non è stato brutto. È stato diverso, è stata un’altra esperienza. Ho imparato che la musica è parte di me, ma non è me. Al massimo, io sono al servizio della musica”.

Ecco, io per molti mesi non sono riuscita a fare nulla, a parte spostare gli occhi e parlare con una voce sottile che non riconoscevo più. Non ero in grado nemmeno di scrivere, la cosa che più di tutte amavo fare. Non riuscivo nemmeno a leggere, perché mi era impossibile alzare il braccio e muovere le dita per sfogliare le pagine di un libro ed era troppo penoso farmi leggere cose da altri. La lettura, forse ancor più che la scrittura, hanno sempre rappresentato per me un atto di suprema indipendenza e libertà. Delegarlo ad altri era una resa dolorosa e insopportabile. Però è vero che – e l’ho capito leggendo le tue parole – la scrittura faceva comunque parte di me. Io, come te con la musica, era al suo servizio. Perché la scrittura, anche se non la potevo utilizzare, esisteva, indipendentemente da me.

La cosa più bella, però, non è leggerti, è ascoltare la tua voce bassa, che a volte si spezza, che è così calda e dolce mentre racconta. E poi guardare il tuo sorriso così vero, così lontano da quelli a stampo a cui siamo abituati. Il tuo sorriso è te e la tua musica e i tuoi silenzi.

“La musica sta nel silenzio” dici. “La musica c’è a prescindere da noi: c’è nel vento, c’è nel silenzio, c’è negli uccelli. La musica mi ha scelto perché ne avevo più bisogno degli altri.” Quando pronunci questa frase a Domenico Iannacone che ti sta intervistando, la voce ti si rompe, gli occhi si riempiono di lacrime e non fai niente per nascondere la tua commozione, la tua gratitudine, la tua fragilità. Mentre ti ascoltavo e guardavo, ho pensato a che coraggio enorme deve avere un uomo per mostrare le sue lacrime al mondo, un mondo in cui le lacrime finte sono sollecitate e imposte, ma mal tollerate quelle vere.

Poi parli dei tuoi genitori e di nuovo mi ritrovo nei tuoi racconti: il tuo babbo tranviere (il mio prima operaio e poi disegnatore tecnico), la tua mamma che lavorava alla Fiat, mentre la mia alla Montedison, come segretaria. “Erano idealisti” dici, “generazione partigiana liberata che cercava di liberarsi attraverso la cultura, la lettura. Avevamo la casa piena di libri, si indebitavano per i libri, dei matti…”. E penso ai miei genitori, a mio padre sindacalista, a mia madre che negli anni ’70 andava al lavoro con in borsa lo Statuto dei lavoratori. E la nostra casa piena zeppa di libri con mio padre che mi diceva: “Ricorda che i soldi spesi per i libri sono sempre soldi spesi bene”. Perché questo volevano fare, come dici tu i nostri genitori: affrancarsi dalla povertà e dall’ignoranza attraverso il lavoro e la lettura. Attraverso la lotta per l’uguaglianza, per i diritti e i doveri.

Questa visione politica del mondo ce l’hai anche per la musica. “L’orchestra” sostieni “rappresenta nella forma, nella sostanza, nell’etimo, la società ideale. L’orchestra è uno di quei luoghi in cui ogni elemento è fondamentale. Bisogna aver rispetto di tutti. Io continuerò a lottare sul fatto che dirigere è un atto di responsabilità, siamo lì per illuminare e per toglierci luce noi”. Che a leggerla bene questa frase è un manifesto di quello che dovrebbe essere il compito di chi ha la responsabilità di dirigere qualunque cosa: da un tram a un governo.

C’è un altro tema che ci accomuna e che mi ha spinto a scriverti come se ci conoscessimo: il rapporto con il proprio corpo dopo la malattia nel tuo caso, e l’incidente nel mio. “Il cambiamento del mio corpo, la malattia mi ha tolto la paura. Mi butto nel voler bene, senza paura.” Sento l’eco delle tue parole dentro di me.
Guardare il nostro corpo cambiato, che ha perso alcune funzioni fondamentali e scontate sino a un secondo prima, e doversi reinventare un modo per stare al mondo; per respirare; parlare; muoversi; suonare; scrivere; disegnare; amare. Un modo per essere felici, di nuovo.

Guardare a noi stessi come a una partitura lasciata a metà o a un romanzo incompleto che a tutti costi desideriamo finire. Non solo, ma vogliamo che ci assomigli, che ci corrisponda, che porti la nostra voce – netta e sincera – nel mondo.

La musica e la scrittura sono strettamente legate. La musica traduce la scrittura e, secondo me, ha un dono in più, o un vantaggio definiamolo come si vuole: che è universale, arriva a tutti, tutti possono goderne.

“Il silenzio non esiste, il silenzio è una tensione e bisogna imparare a non avere paura del silenzio, perché abbiamo troppa paura del silenzio a volte e tendiamo tutti ad alzare un po’ la voce, oppure a riempirlo e a far diventare la musica una forma d’inquinamento, perché in quei silenzi si è in grado di dire qualcosa in più. Ezio Bosso.”

Mi piace chiudere la mia lettera a te, con questa tua citazione sul silenzio. Sul non averne paura e imparare a usarlo per dirci cose vere. O ascoltarlo, e basta.

Ciao Ezio e grazie per tutto ciò che ci doni. Grazie anche del tuo saperti un uomo fortunato e non aver timore di dirlo, alla faccia degli idioti che non capiranno mai in cosa consista la tua fortuna. Ma questo è il tuo mistero e la tua magia. Avremo il privilegio di goderne, noi con te.

Barbara

©Barbara Garlaschelli, 2018

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