Le lettere che non ho mai scritto [2] di Barbara Garlaschelli

Renzo

Ciao papà,

ora che sei fatto della sostanza di cui son fatti i sogni, ti scrivo.

Non è certo la prima volta ma è di certo la prima da quando ho imparato la tua morte.
Che è avvenuta. C’è stata. È te, adesso.

È stato così difficile accettarla, un colpo così atroce e doloroso che ho sperato di morire. Non perché lo volessi davvero. Chi lo desidera davvero, muore davvero. Però mi sembrava l’unico modo per non impazzire, e chiuderla con quel dolore lancinante.

Hai trascorso parte della tua vita con me, tua unica figlia e ci siamo amati come più non avremmo potuto. Abbiamo parlato tanto; riso tanto; percorso tanta strada insieme; pianto tanto – soprattutto io, tu eri un vero duro -, costruito tanto.

Tu mi hai insegnato tanto. A vedere il mondo attaverso gli occhi dell’ironia; a credere in me stessa; a spendersi per gli altri in una visione di laica solidarietà;  non chiamarmi mai fuori; a ridere; a stupirmi. Mi hai insegnato l’amore per i libri. L’amore per la gente.
Soprattutto, non mi hai mai lasciata sola.Mai.

Ora, anche se non serve più, vorrei insegnarti io qualcosa  e sono quasi certa che – ribaltata la situazione – in questo sarei stata più brava di te: voglio insegnarti come ho imparato a convivere con la tua assenza.

L’ho fatto secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora, mese dopo mese, anno dopo anno in quella laboriosa costruzione che è la vita dentro il tempo, un origami dall’aspetto folle e magico.
Prima mi sono aggrappata alle tue parole che leggevo in modo ossessivo nelle poche lettere che mi hai spedito (parlavamo così tanto che non sentivamo la necessità di scriverci), poi alle mie, continuando a raccontare – in forma scritta od orale – di te, di noi. Poi alle fotografie che guardavo e riguardavo per non perdermi nemmeno un dettaglio del tuo viso, delle tue mani. Giampaolo ha chiesto a tutti gli  amici di mandargli  foto in  cui  ci  fossi  tu, in  modo da mettere insieme un album che avesse il potere di acquietarmi. Ma niente bastava perché continuavo a perdere pezzi: prima la tua voce, poi il tuo odore, poi le fattezze del tuo volto.

Mi rendevo conto, però, di dover cambiare strategia perché continuavo a stare male, a stare peggio; ogni giorno aprivo gli occhi e il mondo era vuoto di te. La notte non dormivo o ti sognavo ma erano sogni perfidi, senza pietà, nei quali tu eri malato, sofferente, distante. Sogni che non guarivano.

Il tempo, intanto, trascorreva senza che me ne rendessi conto, e la vita mi trascinava con sé, insieme a Giampaolo, agli amici, ai libri che leggevo e che scrivevo, al disegnare che avevo scoperto mi dava gioia.

Sono andata a farmi aiutare da un dottore, capendo che l’importanza non stava nel dottore – bravo – ma nell’aver scelto di farmi aiutare. Tra le tante cose giuste che mi hai insegnato, ce ne sono state anche di discutibili, come quella di doversela cavare sempre con le proprie forze, senza accettare le nostre fragilità ma combattendole. Perché avevi paura delle fragilità, papà. Delle mie e delle tue, e ti pareva che l’unico modo per vivere fosse quello di lottare a oltranza. Così sono diventata una guerriera, senza concedermi tregua, proprio come avresti voluto tu.

Invece, per vivere con la tua assenza, ho dovuto imparare a concedermi questo: mollare il colpo qualche volta; guardare alle mie paure e accoglierle, il che ha significato guardare alla paura più grande, al dolore più feroce e accettarlo: continuare a vivere senza di te. Senza nessun tuo succedaneo: lettere, foto, filmati.

Resta tutto, certo. Restano le lettere, le foto, i ricordi, i racconti in cui ci sei, ma puliti dalla tua presenza. Ricordi netti e puri nella tua assenza.

Che ha un colore, ed è il blu del mare che amo e che è senza confini come il bene che ti ho voluto e ti voglio.

Il mio insegnamento tardivo per te è che ti ho lasciato andare, papà. Ho alzato gli occhi distogliendoli da quell’unico pensiero – papà non c’è più – e ho allargato lo sguardo al mondo.

Perché abbiamo bisogno di orizzonti per vivere, di prospettiva, di futuro. È come quando passi ore davanti a un piccolo schermo e poi sollevi  lo sguardo e ti trovi davanti un paesaggio sconfinato. Per un istante ti si mozza il respiro, provi un senso di vertigine sinché gli occhi si abituano e ti rendi conto che è questo ciò che vuoi vedere: un paesaggio sconfinato, non un piccolo schermo. Vuoi continuare a vivere, non sprofondare nel vuoto di un’assenza, per quanto amata.
Per questo, anche se può apparire come un paradosso, starai sempre con me. Lasciare andare il dolore vorace per la tua assenza ha significato riuscire a tenerti con me con serenità. Il che non significa che non mi faccia i miei pianti o non abbia le mie giornate di disperazione.

Riesco a tenerti con me perché non ho più paura.

Ciao mio amato Renzo

©Barbara Garlaschelli, 2018

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