Le antipatiche [7] di Anna Martinenghi

yoko-ono-hat

ARTE POVERA

«D’ora in poi devi chiamarmi solo Maja».
«Come l’ape?».
«Sei una cretina! Maja come la Maja del Goya».
«Desnuda?».
«Oh, quant’è inutile parlar con te. Voglio essere chiamata solo Maja, gli altri nomi m’hanno stufato, per non dire dei cognomi».

Sì, perché la mia amica Maja, prima di entrare in collegio si chiamava Maria Josè Armida Sferrazza Caravello. “Vien dal mare” verrebbe da aggiungere, ma taccio. Siamo state vicine di banco e migliori amiche nei primi anni di scuola; all’appello, Maria Josè precisava: “Sferrazza dei Marchesi di Caravello, signora Maestra!”. Dopo le elementari, Maria Josè venne mandata a studiare in Svizzera, come conviene a una figliuola di buona famiglia. Ha girato il mondo, conosce lingue e galateo, ha vissuto qui e là; nei posti giusti, nelle città giuste. In tutto questo tempo non abbiamo mai perso i contatti, forse sono stata la sua unica amica nel mondo pop. Per anni ci siamo scambiate parole, prima sulla groppa di lunghe lettere o brevi telegrammi – i suoi sempre micidiali: “Mi sposo. Stop. Ti aspetto a Parigi. Stop. Dopodomani. Stop” –. Poi le parole sono diventate email e messaggi: “Al secondo divorzio si sta davvero bene. Quando brindiamo?”.

Lei è fatta così. Noblesse oblige.
Ora è tornata dal suo vagabondare.
«Per sempre» dice lei.
«Perché ti sentivi sola» le dico io.
“Non voglio prediche da una donna in over menopausa”.
«Abbiamo la stessa età, Maja del Goya. E anche se io sono un filo più giovane di lei, signora Marchesa, restiamo entrambe due vecchie carampane».
«Stolta! Si dice Cougar alla nostra età».
«Va bene Maria Josè Cougar, mi arrendo».
«Ho detto Maja, mi devi chiamare Maja!».

 Così sia.

Le è venuto il pallino della povertà. Credo che sia l’unica cosa che non ha mai avuto: per lei ha un che di esotico, di affascinante. Solo che esagera. Si è tolta i cognomi – anche dal citofono – e vive in un micro appartamento di uno dei suoi tanti palazzi. Gli altri li ha affittati, alcuni sono sedi di musei o di uffici importanti.

«Fa freddo qui dentro, piccola fiammiferaia».
«Non sai che il riscaldamento costa?» mi risponde acida «E poi basta vestirsi a cipolla».
Arrotolata in mille abiti dei mercatini delle pulci, sembra un incrocio fra una mummia egizia e una bambola di pezza. Ogni tanto si sbaglia; le scappa una borsa lussuosa, o qualche brillocco sulle dita e quelli non sono anelli di cipolla.

Anche se ci prova, resta un’aristocratica senza ritorno. Sono certa che il suo sangue stia tra il blu e il verde, visto che ha trasformato il giardino del palazzo in un orto e si nutre solo di zupponi cucinati con le sue verdure. Ha anche le galline, che per ora fanno obiezione di ouovazioni.

La prendo in giro; è la parte migliore del nostro rapporto.

«Louis Vuitton dovrebbe vendere sacchetti con il suo logo, per le tue pattumiere. Nessuno sa reggere il sacco dell’umido con la tua eleganza».

«Taci, cagna» è una delle sue raffinate risposte.
Mi vuole bene.

“Lavorare” è uno dei verbi che coniuga più spesso, anche se non credo abbia mai compiuto quell’azione davvero, non secondo canoni consueti.

«Sto lavorando a un nuovo progetto» dice in continuazione.
«Il concetto di lavoro, ti sfugge» la punzecchio «Per te il fine mese è solo una data sul calendario».
«Che cafona sei, sto per aprire una Onlus che si occuperà d’arte e azioni creative».
«Tutta fuffa, mia Desnuda, devo vedere per credere».
«E io te la farò vedere, Santa Tommasa che non sei altro».

Di arte se ne intende, ci ha vissuto in mezzo fin da bambina; fa colazione davanti a un Picasso, nel suo appartamento gelido. Poi dice che è una stampa.

«Lavorare – per te – significa alzare il telefono e chiamare qualcuno dei tuoi amichetti importanti, che ne so: Hirst, Botero, Lachapelle. Quei personaggini lì. In un attimo ecco pronto un e-v-e-n-t-o per raccogliere fondi e la tua Onlus che combatte l’acne tardiva nell’arte contemporanea è servita. Sai che sforzo!»

Forse ho esagerato. Mi guarda come fanno i gatti. Faceva così anche da bambina. Vuole la mia approvazione, ma non si abbassa a ammetterlo. Si lecca le ferite.

«Vorrei solo dare una mano ai giovani artisti, quelli sconosciuti…» lo butta lì sincera nel gelo che si è creato fra noi, senza alzare il tono di voce; un’altra cosa che i nobili devono avere nel Dna.

«Come minimo i tuoi “sconosciuti” avranno già esposto alla Biennale di Venezia o son già sotto le grinfie di galleristi importanti. Non aiuti nessuno così, farai solo piovere sul bagnato. Gli sconosciuti sono altrove. Le azioni creative sono dove non ti aspetti».
Non mollo, voglio tenerla ancorata alla realtà, voglio essere la sua amica zavorra, quella con le parole pesanti. Il suo sguardo felino ora è disorientato, ma curioso. Ha fiutato una traccia che le piace.

«Sono stata lontana troppo tempo, forse hai ragione. Ma dove recupero giovani artisti sconosciuti?».

«Per strada, bella mia. Per cominciare».

C’è n’è voluto per convincerla a uscire. Come tirarsi dietro un mulo ostinato.

«Dobbiamo andare per forza in metropolitana? Non possiamo prendere un taxi?».

La Marchesa non è abituata alle periferie, non sa nemmeno dove siano, nemmeno quelle della sua città. Lei è abituata a stare al centro, di ogni cosa.

«Ti piacerà Maja, sarà emozionante quanto uno dei tuoi safari di caccia grossa. Cominceremo dai graffitari. I writer, quelli veri, taggano muri ai confini dell’impero o qualche vagone di Trenitalia. Sono bravissimi, sai? Raccontano la vita con le bombolette, la loro arte è pura, primitiva, sanguigna. Hanno urgenza di esprimersi, come ne aveva l’uomo delle caverne, lasciano il loro segno. Sono teppisti e poetici allo stesso tempo. Gli mancano spazi, possibilità, ma hanno energia e talento. Gli manca solo…una come te. ».

Bingo! La Maja si è Vestida: per l’occasione sfoggia un cappello a falde larghe e occhialoni scuri. Sembra Yoko Ono in metrò. Ci vorrebbe un reportage. Non si siede, non tocca nulla: anni di barca le hanno regalato un equilibrio invidiabile, con cui combatte i beccheggi della metropolitana.

Mi tiene il broncio. Come tanti anni fa. Il solito atteggiamento da bimba capricciosa. Ma se è qui è perché ha deciso di seguirmi, di uscire dal suo centro conosciuto. S’immerge nella musica degli auricolari bianchi dell’ Iphone. Me ne porge uno, in segno di pace. Lo accetto volentieri. Siamo due donne in over meno pausa e non dimostriamo più di quindici anni.

M’infilo l’auricolare. Sorrido. Abbiamo ancora gli stessi gusti.
«Sai come si chiama questo album? » mi chiede. Il suo sguardo graffia impertinente.
Certo che lo so, ma non le rispondo.
E’ un disco uscito da pochi giorni, il nuovo lavoro di Paolo Conte.
Si chiama: “Snob”.

© Anna Martinenghi

LE ANTIPATICHE – The Club –

Abbiamo inaugurato di recente LE ANTIPATICHE – The Club. L’abbiamo fatto nel modo più antipatico possibile: senza dirlo a nessuno, per conto nostro, senza uno straccetto di aperitivo. E’ un gruppo chiuso, esclusivamente femminile, molto snob, che non serve a nulla, come (quasi) tutti i gruppi su FB.

Se eravamo simpatiche, mica lo aprivamo. Se volete correre il rischio, cercateci e fate richiesta. Una giuria di superpantipatiche vi sottoporrà al giudizio. Che non è mai una cosa simpatica. Ma se sentite di avere dentro almeno un briciolo di antipatia, anche inespressa, sarete le benvenute. Le Antipatiche vi aiuteranno a farne l’uso migliore.

Questo il link: https://www.facebook.com/groups/794982537229190/

Leave a Reply