Le antipatiche [39] di Anna Martinenghi

UNA CHE MI SOMIGLIA

«Deve firmare qui…» ripete la ragazza dallo sportello con tono paziente. Mi indica per la seconda volta il modulo del versamento. Più che la voce è lo scintillio delle sue unghie glitterate a scuotermi dai miei pensieri. Resto imbambolata, non avrei mai pensato si potesse mettere tanta roba in uno spazio così piccolo.
Abbasso lo sguardo. Ora è lei a fissare me e nel suo sguardo c’è l’incoraggiamento riservato a chi dopo una maratona è preso dai crampi a cento metri dal traguardo. Produco una specie di scarabocchio accolto dalla ola della di-rosa-vestita-impiegata e dal tintinnare metallico della cascata di ninnoli che porta ai polsi.
Chiedo la lista dei movimenti e un altro paio di documenti inutili per prendere tempo. Continuo a osservarla. Faccio sempre la fila al suo sportello, quando vengo in banca. È gentile, simpatica, sveglia. Tutto in lei è eccessivo: i capelli ossigenati, quasi bianchi da moderna Marilyn sbattono contro un’abbronzatura fuori stagione e fuori moda, la cascata di lustrini appiccicati ovunque, quasi avesse attraversato una tempesta di strass. Ne ha sulla spessa montatura degli occhiali a gatto, sul bordo della maglia rosa, sull’ombretto pesante, sulle unghie a più strati, sulla borsa appoggiata a lato della scrivania, sugli stivaletti fiorati e sui giri di collane e bracciali che si porta dietro. “T’insegneranno a non splendere e lei splende, invece!”, anche se non credo che Pasolini avesse in mente questo tipo di abbaglio. C’è qualcosa in questa ragazza di magnetico e stonato che mi ha sempre attirato e respinto, proprio come una di quelle lampade dove d’estate falene e zanzare finiscono alla graticola.
Stamattina la rivelazione.
«Puoi andare tu in banca al posto mio?» è stata la domanda retorica del mio responsabile d’ufficio-mediamente-intelligente ingolfato in una marea di carte.
«Ok.»
«Il versamento è già pronto: c’è solo da consegnare e firmare. Se vai dalla tipa che ti somiglia fai in attimo, è veloce quella…»
Inghiotto a mezza voce un «Chi? La tamarra?», mentre quella frase: “La tipa che ti somiglia” mi si tatua in fronte, lampeggiando con le quattro frecce accese e spalancando un oblò d’intuizione rimasto incastrato per troppo tempo.
Ecco cos’era: la tipa è tamarra e mi somiglia. Ora che lo so, la passo allo scanner con curiosità e terrore, fingendo di scorrere i movimenti del conto corrente della ditta. Abbiamo in comune un profilo non proprio francese, labbra sottili, il viso lungo, triangolare. Mettiamola così: potrebbe essere mia cugina. Va bene, va bene: sorella anche, ma solo da lontano e con gli occhiali da sole. Sì, perché poi l’intelaiatura è diversa. Lei sembra costruita con due metà di donne diverse. È secca, secca fino alla vita e poi è avvitata su fianchi poderosi che mica nasconde, anzi. Ed è questo il punto: tutto in lei è esibito, sottolineato, esagerato, al contrario di me che nascondo e mimetizzo manco fossi un camaleonte. Forse non sarei neanche malaccio con il culo grosso. Perché sono i difetti che si devono saper portare, mica i pregi. Lei ha quel che io temo di non avere: personalità. Tamarra certo, ma audace.
E così immagino una frequenza di me stesse da zero a cento, un catalogo di donnine che si somigliano messe una accanto all’altra con più o meno glitter addosso, una mastrioska orizzontale che parte una femmina scialba a una splendente donna-albero di Natale. Il selettore oscilla fra me e la mia versione tamarra – ehm, più spensierata… – fra me e tutte quanto non ho il coraggio di essere. Mi accorgo che la manopola è comunque in mano mia.
«È corretta la situazione?» chiede quella- che-mi-somiglia con una gentilezza più splendente dei glitter.
«Non ancora» rispondo più a me stessa che a lei «ma ci lavorerò!»


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© Anna Martinenghi, 2018

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