Le antipatiche [35] di Anna Martinenghi

© Gustav Klimt – Serpents detail

IL CONFORTO

«…ti ho detto che venerdì prendo solo un appuntamento. B. è un cliente esigente. Mi ci devo dedicare, non voglio altri. L’ho già segnato in agenda: venerdì – 19.30 – con aperitivo. Prenota il solito e ritocca le tariffe. Sì, all’inizio brontolerà. Lascialo ragliare. Si lamenta, ma alla fine accetta tutto. Non può fare a meno di noi. Non può fare a meno di me. Ci sono così poche professioniste… Approssimazione, cialtroneria, nessuna discrezione. Non tutti possono fare ciò che io faccio.  Per poter fare, bisogna essere.
Le persone fanno una tale confusione, non sanno più distinguere. Ci si prostituisce persino per un appuntamento dal medico. Ognuno ha il suo prezzo.
Io non prendo, io dò. E chi mi cerca lo sa.
Escort ce ne sono tante, di livello anche. Non certo il mio.
Io sono una Regina. Detto le regole, i confini del mio regno. Ed è un tale sollievo per chi ha bisogno di me, perdere il controllo, lasciarsi andare. I miei servizi sono per persone potenti: uomini o donne, che importa…
Persone che vivono in perenne tensione: obbligate al comando, maniache del controllo. Io offro conforto, certezze: uno spazio in cui non devono comandare, solo obbedire. Che sollievo! Mi mostrano le loro debolezze, l’inadeguatezza, le paure. Tutto sale a galla, come il grasso del brodo.
Il fatto che per arrivare al bene serva il male, li destabilizza. Piangono, piangono tanto e non è solo per il dolore. Io entro nella loro testa attraverso il corpo. Li svuoto. Li possiedo. Li libero. Diventano cosa mia.
Dominatrice? Io? Che volgarità! Si è dominati solo quando si vuol essere dominati e loro lo vogliono. Immensamente. Implorano. Si scelgono la cura. Qualcuno prova per il gusto di farlo. Durano poco: un paio d’incontri, robetta… Gli altri invece, quelli cerco io, quelli che mi cercano davvero, li riconosco subito.
Hanno bisogno di una mamma e di un papà che li sculaccino, per poi consolare le loro lacrime, dir loro che li amano tanto.
Ecco, io questo non lo faccio. Glielo lascio pensare. Consiglio il fondotinta migliore per coprire le botte, il disinfettante per i segni della frusta. Sono premurosa, non bugiarda. L’amore non esiste, anche se io offro loro un percorso di redenzione.
Sono storie così banali. Tutte diverse. Tutte uguali.
Li riporto al loro inferno, ma li tengo per mano: in quella stanza buia, chiusa a chiave. Molti ne hanno già avuta una: sentono ancora il pavimento gelido, il cuore in gola, il sudore ghiacciato e la pelle bollente, dove qualcuno mille anni fa – o forse solo ieri – li ha colpiti, violati, ignorati, violentanti, mandandoli in mille pezzi. Il castigo. La colpa. Che cazzate!
Hanno incontrato tutti l’uomo nero e non hanno mai smesso di cercarlo. È stata la più grande seduzione della loro vita. Ecco perché da me vogliono molto più del sesso, dell’eccitazione: vogliono riprovare quel brivido. La pelle è così sottile, le ossa sono così fragili, i confini sono fatti per essere forzati.
A loro quel dolore serve per ritrovarsi, anche se ne hanno orrore. Hanno orrore di ciò che sono, ma non possono essere niente altro.
Il dolore separa il corpo dalla mente. Libera i loro pensieri dall’attimo in cui il danno ha frantumato le loro vite. Io faccio solo ordine. Io do solo ordini. Sono la Regina.
Dopo però c’è pace. Un orgasmico attimo di pace in cui tutto è fermo e tranquillo. I pezzi sono ricuciti, anche se l’ago ha attraversato la carne per farlo. Il buio non c’è più, c’è solo luce e calore… non c’è più quel porco, lurido bastardo… le sue mani, la sua bocca, sono finalmente lontani da quella bambina, lontani da meda loro, dai loro pensieri!
Per un attimo, solo un attimo, li porto in salvo. Sono io la Regina.
Ecco perché non tutti possono fare ciò che io faccio. Per poterlo fare, bisogna essere.
E io lo sono stata. Lo sono. Non potrò essere nient’altro.
Chi è ferito, prima o poi, ferisce.»

© Anna Martinenghi, 2017

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