Le antipatiche [21] di Anna Martinenghi

mammone

MAMMA MARIA 

«Ricominciamo, signora Todeschini Conti. Mi racconti la storia dall’inizio».
«Di nuovo, signor capitano?».
«Non sono capitano, gliel’ho già detto, sono maresciallo. Non mi faccia perdere il filo: siamo qui da quattro ore e non mi ha ancora detto la verità».
«Lei mi confonde, capitano, con tutte queste domande».
«Non sono capitano, i capitani hanno tre stelle sulla mostrina, io non ne ho nemmeno una, vabbè… lasciamo perdere».
«Ecco bravo, lasciamo perdere».
«No! Lasciamo perdere il capitano e concentriamoci su suo figlio».
«Guardi, capitano, non mi stancherò mai di ripeterglielo: il mio Simone è un bravissimo ragazzo, tutto casa, scuola e famiglia».
«Signora, con rispetto parlando: ha ventisette anni ed è al secondo anno fuori corso di giurisprudenza, non mi sembra proprio tutto scuola».
«Il ragazzo ha faticato a trovare il suo percorso. Ha provato ingegneria, che piaceva al  babbo, ma lì non s’è trovato bene: troppo pignoli, troppo precisini. Mi è andato in esaurimento nervoso. Una tragedia. Siamo dovuti andare in analisi».
«Siamo? ».
«Sì, perché una madre soffre nel suo corpo i dolori della creatura. Lei ha figlioli, capitano?».
«No, signora, ma non è questo il punto».
«S’è provato anche medicina, che a me garbava parecchio. Un dottore in casa fa sempre comodo: non si rimane sempre giovani noi genitori. Ma quelli volevano sapere proprio tutto».
«Tutto?»
«Tutto! I nomi delle ossa, dei muscoli. Le pare che un ragazzo debba buttare i suoi anni migliori nel ricordare dov’è l’astragalo? Siamo ai tempi di internet: se lo guardino su Wikipedia dove sta! Mica potevo rischiare una seconda depressione – povero tesoro -. Allora l’ho iscritto a giurisprudenza. Gli piace tanto: ha già dato un esame».
«In due anni? ».
«Due, ne ha dati due! Ma il diciotto in diritto romano ha dovuto rifiutarlo, rovinava la media… ».
«D’accordo, visto che è così bravo in giurisprudenza, sarà lui a raccontarci ciò che rischia per la coltivazione delle piantine in serra e per la detenzione e lo spaccio di tutto il resto».
«Quante volte glielo devo ripetere: quelle sono mie! Piante ornamentali. Ci hanno regalato i semi l’ultima volta che siamo stati a Sharm».
«Signora, c’era una foresta di cannabis nella vostra casa di campagna».
«Gliel’ho detto: si occupa Simone di dar da bere alle mie piante, io in campagna vado solo d’inverno, con tutte le allergie che ho. Lui è tanto bravo come giardiniere».
«Signora, suo figlio è uno spacciatore coi controfiocchi…»
«Non si permetta di parlare così del ragazzo.  Glielo ripeto: le piante sono mie!».
«Signora Todeschini Conti, sia ragionevole: se continua a sostenere questa versione, sarò costretto a chiedere il fermo anche per lei e le converrà chiamare il suo avvocato. Detto fra me e lei, perché si ostina a difenderlo? Ci sono prove schiaccianti…».
«Lei non si rende conto: questo è un enorme malinteso. Il mio ragazzo è gentile, ben educato, rispettabile! Non come certi mascalzoni: sporchi e malintenzionati. Per non parlare degli zingari! Con tutta la gentaglia che c’è in giro, voi perdete tempo con un ragazzo di buona famiglia, così legato alla sua mamma.  Vuol farmi morire di crepacuore? Il mio bambino non può stare senza di me. Mangia solo quello che gli preparo io, ha rinunciato a trasferirsi all’estero per stare vicino alla famiglia. Sono certa che chiariremo tutto. Mio marito è grande amico del procuratore Siniscalchi e lei non è nemmeno capitano!».
«Io non sono capitano, ma faccio il mio dovere. Non l’abbiamo arrestato subito, solo perché si è liberato di tutto ciò che aveva in macchina buttandolo nel fiume, ma abbiamo trovato il classico armamentario da pusher nella  vostra casa di campagna e il suo cellulare è zeppo di messaggi in cui si riferisce frequentemente a caramelle di vario genere e a mamma Maria».
«Che tesoro! Pensa sempre a me. Vede? Tutto chiarito! Il mio nome per esteso è Ma-ria-gio-van-na, anche se mio marito mi chiama Vanna e le amiche Giugia. Solo il mio tesorino mi chiama Maria».
«…e io sono il commissario Montalbano allora».
«Ci pensi bene, prima di continuare con questo tono, signor non-capitano altrimenti mi sa che le stellette non le vedrà mai sulla sua mostrina. Lei non sa chi sono io».
«Sa che le dico? Forse non so chi è lei, chi ha sposato o quale giudice conosce il suo importante marito. Quel che è certo è che sarò contento di non fare carriera in un mondo in cui i ragazzi a modino vivono alle spalle di genitori agiati, spacciando robaccia a altri bamboccioni ancor più annoiati e impasticcati, con madri che non provano un’ombra di vergogna nell’aver cresciuto dei Cicciobello fumé, inetti, ma vestiti bene che contribuiscono allo sviluppo della specie umana come zecche nel pelo di un cane. Io non avrò mai le stelle sul braccio, ma non ne splende nessuna nemmeno nel suo cielo. Dica pure anche questo al procuratore Siniscalchi, mamma Maria».

© Anna Martinenghi, 2015

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