Le antipatiche [2] di Anna Martienghi

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La Uonder Uoman

Ho lavorato per anni fianco a fianco con una uonder uoma. Scommetto che anche voi ne annoverate una fra le vostre conoscenze. Le “uonder” si riconoscono con facilità: di tutine ne hanno un armadio pieno e si chiamano tutte con lo stesso nome: IO. La uonder non ammette altri protagonisti: suo è l’universo, è lei il sole attorno cui tutto gira. «Io qua, io là, io ho, io vado/vedo/faccio/prendo/penso/credo/conosco/compro/chiamo, ma soprattutto: Io sono una donna meravigliosa».

Se il vostro capo è una uonder uoma: sentite condoglianze, avete la mia totale comprensione. Per fortuna la mia era solo una collega – parigrado – dettaglio che mi evitò il ricovero in psichiatria. Trattenersi dal darmi ordini era un’impresa superiore alle sua forze, una fatica che trapelava dalle sue costruzioni grammaticali. Il condizionale era il suo tempo preferito: il tempo con cui voleva condizionare me. «Ci sarebbe da cambiare il toner» significava, secondo il dizionario uonder-comuni mortali: «Cambia il toner, capra!» traduzione che le rimaneva impigliata fra i denti, come uno spinacio, che imparai presto a riconoscere. All’inizio, ingenua e bendisposta, caddi nella sua tela appiccicosa di: «Ci sarebbe da ritirare la posta, ci sarebbero da fare le fotocopie, ci sarebbe da risolvere questo problema», ma poi, da brava capretta, mangiai la foglia e compresi che con quell’andazzo «Ci sarebbe stato da lavorare al posto suo». Il cambio di atteggiamento mi annullò ai suoi occhi e spostò l’attenzione della uonder verso un gregge di ignare colleghe che avrebbero cambiato il toner meglio di me.

Il sollievo durò poco; la uonder uoma in qualità di femmina Alfa deve estendere il suo dominio a tutta la savana dell’open-space: ignorare significava tollerare, ma tanta considerazione non poteva essermi concessa. La sua strategia cambiò, per prima cosa d’abito.

«Bella quella camicia blu aviatore, dove l’hai presa?». Se una uonder vi fa i complimenti, non è buon segno, cercate il primo rifugio antiatomico in zona. «Carinoo questo bracciale etnico, è etiope?». Le mie risposte variavano da «All’Oviesse» a un laconico «No, è del mercatino di Santa Teresa e comunque è di plastica».

Sono un po’ tarda di comprendonio e mi servì tempo per capire: se indossavo una camicia blu, dopo tre giorni la donna meravigliosa si presentava in ufficio vestita in modo simile, solo più elegante e raffinato. I suoi bracciali erano davvero etnici, le scarpe griffate, i gioielli veri. L’intento era quello di farmi sembrare la cugina povera, una versione dimessa rispetto al suo splendore. Questo era un tasto che non mi doleva; non mi è mai importato dell’apparenza e anche a me piace giocare. Provai l’esperimento: un giorno andai al lavoro indossando degli scaldamuscoli rosa. Era primavera inoltrata, gli anni ottanta un ricordo lontano. Dopo due giorni e ormai si sfiorava giugno, la uonder si presentò con scaldamuscoli di lana lamé su tacchi e gamba nuda. Inarrivabile. Ci provai con gli stivali della pioggia in pieno luglio, con sandali e calze alla tedesca a inizio agosto. La uonder ribatteva e alzava il tiro: stivaletti di plastica fiorati e Birkenstock con scalfarotti a righe. Pensai alle pinne, ma fui salvata dalle ferie estive.

A settembre non avevo più voglia di giocare a gira la moda, avevo passato un pessimo periodo. Il mio ragazzo aveva ottenuto il trasferimento e 450 km stavano per mettersi fra lui e me. La mia solerte collega però non mollava il colpo. «Come sono andate le tue vacanze?» chiedeva a tutti, per poi sperticarsi in dettagli del “suo” favoloso viaggio in Africa. «Non hai idea di cosa sia vedere l’alba nel deserto, sorseggiando tè con i beduini». Perché una uonder fa sempre tutto molto meglio di te. T-u-t-t-o.

Cercai di farle capire che non era il momento, ma non c’è niente di meglio dell’odore del sangue per risvegliare una iena. Le stavo offrendo miccia e accendino. «Ti capisco, sai? Viviamo in una società così opprimente, ne parlavo ieri col mio “psi”, non c’è spazio per noi anime sensibili in questo mondo». Era come farsi una doccia sotto le cascate Vittoria, perché la donna delle meraviglie, oltre a aver girato il mondo e fatto ogni esperienza possibile è perfetta anche nel dolore. Solo lei ha sofferto tanto e più di tutti: pestilenze che farebbero impallidire Giobbe e il Faraone d’Egitto. Provate a dire a una uonder che avete mal di testa; lei avrà una cefalea a grappolo, con aura. Se il dottore vi prescrive antibiotici, lei avrà appena finito la cura contro l’ebola. Non c’è scampo, i vostri resteranno sempre e solo doloretti, inezie al par suo.

E poi, lei, ha avuto come minimo un paio mariti e altrettanti divorzi, schiere di amanti e pretendenti, storie d’amore commoventi, romantiche e irrisolte e qualche povero figlio perfetto sicuramente in analisi, con cui polverizzerà ogni vostro sgomento esistenziale. Non provateci nemmeno, è solo energia sprecata. I problemi, la gloria, la vita intera sono solo roba sua.

Non ce la facevo più. Iniziai a spararle grosse, per punzecchiarla e provocare le sue reazioni. Ho sempre avuto una fantasia vivace e non era difficile per me inventare storielle: coccodrilli ammaestrati e commercialisti spogliarellisti, finte tresche in ufficio. Lei sapeva tutto, aveva visto tutto e anche di più: «Sapessi che il prete della mia parrocchia è completamente tatuato, non si leva mai la tonaca per quello. Me l’ha detto il mio commercialista, a cui piace vestirsi da suora». Nei rari casi in cui rimaneva spiazzata, chiamava in aiuto una schiera di amici, vicini di casa, personaggi minori mai identificabili, che avevano vissuto ogni genere di avventura. Ma soprattutto, in casi estremi, la donna meravigliosa calava la carta vincente dei “suoi cugini”: «Mio cugino di fiori ha avuto la piorrea e l’alopecia fulminanti nello stesso periodo. Mio cugino di cuori stava con la figlia del presidente del Madagascar, ma non si sono sposati perché lei lo tradiva con un maggiordomo creolo! Mio cugino di picche ha dovuto far lobotomizzare il levriero afgano, un dispacere!». La uonder era irraggiungibile.

«Mamma mia, che brutta faccia hai oggi, Lauretta, guarda che occhiaie, che rughe e dire che sei così giovane» mi fece notare una mattina, dopo una notte insonne passata a decidere il da farsi col mio ragazzo. «Non preoccuparti» le risposi seria «questo fine settimana faccio la cura d’urto e mi passerà tutto, vedrai che pelle lunedì, non avrò più traccia di una ruga».

«La cura d’urto?»» mi chiese sorpresa. Era la prima volta che la vedevo disorientata. Mi morsi la lingua, ma non riusciì a trattenermi. «Come, non lo sai?» feci tutta misteriosa «E’ un rimedio che gira su internet, non ci credevo nemmeno io, ma funziona. Sabato vado al mare, se sono fortunata prendo un paio di meduse al retino, le infilo in un secchio d’acqua salata e me le porto a casa. Poi le metto in un catino e ci tuffo il viso. Basta qualche minuto e il loro veleno ti toglie rughe e stanchezza dal viso». Mi guardò con occhi pieni di meraviglia e speranza. Per la prima volta non rispose niente.

Il lunedì successivo la uonder non venne in ufficio e nemmeno il martedì. Io mi sono trasferita con il mio ragazzo.

©Anna Martinenghi

4 Comments

  1. anna wood Rispondi

    Posso amarti??? ehh?? ma in senso lato!

    Adoro adoro adoro quello che scrivi, vorrei essere io la tua penna 🙂 ahahahhahaa

  2. Misha Rispondi

    Fantastico! Questa storia delle meduse, come rimedio antirughe, mi piacerebbe consigliarla a qualche uonder uoma di mia conoscenza… peccato l’estate sia finita! 😉

    Misha

  3. a.marti Rispondi

    ANNA CARA, MI FAI SEMPRE ARROSSIR!

  4. A.MARTI Rispondi

    Grazie mISHA, sarebbe da brevettare, dopo la crema al veleno d’api, al veleno di vipera… al veleno insomma!

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