Le antipatiche [18] di Anna Martinenghi

LA SECONDA LINEA
Dedicato a tutte le donne. Imperfette.

Resto in attesa. Non più di cinque minuti dicono. Cerco di distrarmi. Giocherello con la tastiera. Chiedo cose a Google. A caso. Mare: 478.000.000 risultati. Dio: 384.000.000, mamma 186.000.000. Ci provo in Inglese: god incassa 1.840.000.000 riscontri, sea: 2.080.000.000, mother: 1.330.000.000.
Stravince il mare inglese, forse perché la Gran Bretagna è un’isola o forse perché ammazzando il tempo e la ragione, la mia testa è naufragata sulla spiaggia delle domande retoriche. Sono ancora tutte lì.
«Quando ti sposi?» era quella più gettonata dieci anni fa, veniva appena dopo: «Come stai?» pronunciata da bocche mal maritate e avide di farsi i cazzi altrui. C’è gente che googola con i sentimenti degli altri. Come mai non mi sposo? Come mai a trenta e più anni, me ne sto ancora da sola e non timbro il cartellino? Ho forse un virus? Sono di certo lesbica, disadattata, cronica, antisociale?
«E tu perché non divorzi? Perché hai bisogno delle insicurezze altrui per sentirti sicura?» è il sottotitolo silenzioso alle mie risposte sempre insoddisfacenti.
Ora sono sposata.
Non è vero. Convivo, ma per me fa lo stesso: sto con una persona che amo. Fra noi siamo sposati: magari un giorno lo faremo anche per gli altri. Non per tutti. Di certo non per chi fa certe domande.
«Allora, un figlio?» è la versione aggiornata dell’indagine. «Sei fortunata, sai? Poi addio alla vita da fidanzatini». Fossi figlio tuo, mi sparerei, bella mia.
Io un figlio lo vorrei. Come se fosse facile. Vorrei tutto il pacchetto di pappa-nanna-cacca. E’ lui a non volere noi. Come se fosse facile. La cosa delle api e dei fiori, del gallo e della gallina.
Lo ricordo ancora. Avrò avuto quattro anni. Mamma faceva una torta. Rompeva le uova, io aspettavo uscivo il pulcino. Lei rideva.
“Non tutte le uova diventano pulcini. Solo quelle in cui si mescola l’amore del gallo e della gallina”. Ciò che più mi colpì di più fu il fatto che si potessero fare torte con i pulcini mancati e che essere femmina significasse avere qualcosa a che fare con galline e uova.
Però al mio uovo manca qualcosa. Ci ho provato a essere come tutte le altre. Ma non lo sono. Anche Google lo sa.
Sono passati quattro minuti e quasi cinquanta secondi. Conosco la procedura a memoria: estrarre lo stick dalla bustina di alluminio, togliere il cappuccio, tenere la striscia assorbente sotto il flusso di urina per almeno 6-8 secondi, attendere che si evidenzi la linea rosa nella finestrella di controllo, appoggiare lo stick su un piano orizzontale, attendere non più di cinque minuti. Leggere il risultato.
Mi alzo, torno in bagno. La linguetta di plastica è sul lavandino, come tutte le altre volte. Questa sarà l’ultima, lo giuro. Comunque vada. Basta cure, basta iniezioni; devo guardare in faccia la realtà. Sollevo lo stick. Lo guardo. La realtà è lì.
Apro il rubinetto, lascio scorrere l’acqua, mi risciacquo il viso. L’acqua riempie il lavandino, ma non è il mare. Nessun risultato trovato. Nessuna seconda linea. Dio aveva di meglio da fare. La vita dei fidanzatini continua. Fatevi i cazzi vostri però.
Vado in cucina. Prendo zucchero, farina e uova dalla dispensa. Ho voglia di fare una torta.

©Anna Martinenghi, 2015

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