Le antipatiche [15] di Anna Martinenghi

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LE PERIMETRALI

Si cresce come alberi, in cerchi concentrici, allargando la propria esperienza un anello alla volta. Io ho infilzato tutti i cerchi disegnati dal tuffo nella vita: famiglia, amici, esperienze, lavoro, viaggi, un amore, altri amori. Mi sono spinto lontano, poi sono tornato. Nel tragitto ho perso qualche anello.

Chiedete alle mie vicine di casa, a quelle dolci, amabili streghe che mi hanno visto bambino e saprete tutto del fallimento che sono. Saprete con dovizia di particolari che sono divorziato, che i miei genitori sono morti – di crepacuore, diranno loroche ho sprecato una buona quantità di tempo e soldi assecondando i miei vizi, che sempre a causa di quei vizi ho mandato all’aria una solida carriera da dentista, tornando a vivere – con la coda fra le gambe – in provincia, nel modesto palazzo comprato dai miei col sudore della fronte. E là, dove c’era la bottega in cui mio padre ha trascorso una vita affettando prosciutti e incartando uova, là nel luogo che era il tempio di queste donnicciole frustrate, nel fulcro della mia – immeritata – eredità: io – il figliol prodigo, la serpe in seno, il rovina-famiglie – ho avuto il pessimo gusto e la colossale faccia di bronzo – e qui immaginate le Erinni fare lunga pausa dolorosa, mentre recitano il loro miglior pezzo di teatrodi aprire un sechsi siop. Dicono proprio così: s-e-c-h-s-i, con la “c” dura e la “esse” sibilante, perché il dialetto non permette loro una “x” troppo moderna e disinibita.

Che sia chiaro: me ne sono sempre poderosamente sbattuto di queste comari, così come ho imparato a fregarmene di chiunque non stia nei miei pantaloni e non paghi le mie bollette. La curiosità morbosa e il perbenismo stantio sono manciate di pepe su un lavoro che è solo un ripiego e in cui non trovo più niente di peccaminoso da fin troppo tempo. Sono io il vecchio a quanto pare.

“Omnia munda mundis”. Mica male, eh? Solo uno sborone come me poteva chiamare un sexy shop “Tutto è puro per i puri”. Tanto, la stragrande maggioranza dei miei clienti non conosce il latino e se pure lo conosce, quando viene a far spesa qui ha altre priorità. Il nome è per le vecchie maldicenti, i bigotti benpensanti e per chi ha orecchie per intendere. Voglio si sentano scomodi quando pensano a me, specie le mie portinaie. Sono un antifurto perimetrale molto potente. Una ronda di anzianotte che funziona anche di notte. Sanno tutto di me: la piccola vedetta lombarda era un dilettante al confronto. Conoscono orari, abitudini, la targa della mia macchina, le mie donne. Sbirciano dalle imposte, intercettano la mia posta.
«Fatto tardi ieri sera?» butta lì la signora Clotilde di primo mattino, mentre pulisce le scale. L’esca mi dondola davanti: una lisca secca.
«La solita allergia ai pollini, Tilde. Buona giornata!».Peccato che siamo in novembre, vecchia culona, penso fra me e me, ma non aggiungo altro.
«Hai mica visto l’Osvaldo?» s’inventa l’Antonietta riferendosi a suo marito, beccata a sbirciare nella m-i-a cassetta della posta.
«Di certo non è lì dentro» rispondo acido.
«Che brutta cera, Enrico» rincara la Teresina. «Dovresti proprio smettere di fumare.»
«Solo quando avrò sniffato le tue ceneri, cara…» rispondo a mezza voce. Tanto è sorda come una campana.
Purtroppo il servizio vigilanza copre solo la mia abitazione, i miei spostamenti, la mia routine, ma si ferma con pudore sulla soglia del negozio. So che le allegre comari di Windsor morirebbero dalla voglia di buttare un’occhiata e invece niente; per virtù, educazione e poco ardore si fermano lì, dove di notte sono entrati i ladri. A dire il vero pare ci abbia lavorato un’agenzia di traslochi, perché non è rimasto quasi nulla.
Risultato: nessuno ha visto e sentito niente. Oltre il danno, la beffa.
Eh, no, mie care signore! Abbiamo sottoscritto un tacito accordo, in cui accetto di essere sbirciato, scrutato, controllato, messo alla berlina sulla pubblica piazza, ma voi in cambio un’occhiata alla mercanzia avreste dovuto darla. Voi che, se sparissi, mi descrivereste come “una brava persona”, siete moralmente in debito con me. Sono diventato il vostro uomo-oggetto…di conversazione, ho riempito pomeriggi vuoti, ho dato fuoco a chissà quali pensieri sopiti, riacceso ricordi e dato un senso alle vostre vite più di mille puntate di “Uomini e donne”, con la sola ricompensa del silenzio della Sfinge. Non ci siamo, dobbiamo parlare.

Così ho fatto. Le ho obbligate a venire qui, fra i velluti e gli espositori vuoti dell’Omnia munda mundis, recalcitranti come somari e nell’imbarazzo totale ho smaltito la bile. Ero così arrabbiato che mi è partito l’embolo: ho raccontato della mia vita, dei pettegolezzi che fanno senza saperne un accidente di me, dei miei figli che non posso vedere, delle mani che mi tremano perché ho il Parkinson.
«Questo non lo sapevate? Vero? Dovete proprio avere una vita tristissima, per riempirla con la mia!» ho quasi urlato. Poi ho visto le loro facce. Stravolte. La Tilde appoggiata al palo della lap-dance, la Teresina con gli occhi smarriti sulla punta delle ciabatte, l’Antonietta che osservava i vibratori rimasti con un certo interesse.
Mi è venuto da piangere. Sono proprio un fallito.
Eppure da allora è successo un mezzo miracolo. Le mie perimetrali mi stimano e non credo si tratti di compassione.
La Tilde si è offerta di farmi le pulizie, Teresina m’invita a pranzo un giorno sì e un giorno sì e l’Antonietta si è offerta di sostituirmi quando ho commissioni da fare. A tutte e tre è passata la vergogna di entrare in negozio.
«Tu non ci tratti da rimbambite» mi hanno detto l’altro giorno, mentre sistemavano la merce appena arrivata.
Il punto è proprio questo: io non le tratto da vecchie decrepite e loro non mi trattano da povero malato. Abbiamo molto in comune. La solitudine è una brutta bestia: dopo un’esistenza consacrata alla famiglia, si trovano a vegliare su un nido vuoto, nessuno le ascolta e a loro non resta che guardare gli altri vivere. Eppure avrebbero ancora molto da dire. La vecchiaia è un’età svalutata e sottovalutata: lo dico nel mio interesse, perché conto di arrivarci, malanni e malattia permettendo. Non voglio finire di vedetta sul balcone.

Ho aggiunto un anello alla mia corteccia. Queste vecchine hanno energia da vendere e io vorrei quanto meno barattarla con la mia amicizia. Con una tutina gialla e una katana affilata sarebbero un’armata imbattibile. Ora anche lo siop è al sicuro.

La vergogna è passata del tutto, mi fanno domande sul sesso e su tutti gli ammennicoli che vendo. Io divento rosso come uno scolaretto. Però rispondo. È il mio lavoro.
«Quante cose che s’imparano!» sospira l’Antonietta, che ora mi manda l’Osvaldo in negozio un giorno sì e un giorno sì.

© Anna Martinenghi, 2015

3 Comments

  1. anna wood Rispondi

    ahahahah!! troppo ridere sei un mito … tutina gialla e katana 🙂

  2. Misha Rispondi

    Irresistibile come sempre! 🙂

  3. NEZ Rispondi

    Gracias! Infiliamo le tutine prima che sia troppo tardi!

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