La finestra [2] di Barbara Garlaschelli

©foto di Gaia De Luca, tutti i diritti riservati

©foto di Gaia De Luca, tutti i diritti riservati

Due

Tra poco arriveranno, come tutte le sere da dieci anni a questa parte.
Lei alta, magra, il viso spigoloso e grandi occhi azzurri che non riesce a nascondere dietro un paio di occhiali da vista. Occhi che bucano il vetro delle lenti e la carne dell’uomo che si accomoderà di fronte a lei. Anch’egli alto ma muscoloso benché asciutto, il viso dai lineamenti morbidi: bocca, naso, occhi che sembrano lavorati da sapienti mani di artista.
Si metteranno seduti, lei a destra, lui a sinistra. La mia destra e la mia sinistra.
Sul tavolino le solite due coppe color oro. Mi ricordo quando Lei le ha comperate, un sacco di anni fa. Proibito toccarle. Proibito a me. E come sempre c’è quel vaso di rame enorme sopra il tavolino, con l’annaffiatoio in peltro sotto. Poco più in là, la ciotola del cane che accompagna la donna, un pastore tedesco dall’aria rassegnata. Un arredamento incongruo ma sul quale non ho il permesso di pronunciarmi.
«E’ già tanto che ti lascio lì a origliare» mi ripete Lei. Maledetta megera, incubo delle mie notti e dei miei giorni.
Non le rispondo mai, soprattutto se si tratta di questo argomento perché so che la sua è una concessione calata dall’alto, una provocazione alla quale è meglio che non risponda se voglio restare qui, dietro la finestra, ad ascoltare. Perché io ascolto, non origlio.
La mia finestra in questa foto non c’è, è fuori dall’inquadratura. Un po’ come me; sono sempre stato fuori da ogni inquadratura. Nella vita, nelle foto.
Quand’ero a scuola e arrivava il terrificante giorno della foto di gruppo mi cacciavano sempre dietro qualcuno, anche se di solito appena Lei sapeva di quel giorno lì mi teneva a casa.
Di foto mie non ne esistono. Le ho cercate dappertutto. Appena Lei è occupata a mandare avanti la baracca, mi metto a frugare nei cassetti, negli armadi, nelle scatole, ma non c’è verso, non ne ho trovata una.
Comunque, non voglio parlarvi di me, ma dell’uomo e della donna che stanno per arrivare.
Di cosa parlano?
Più o meno sempre degli stessi argomenti, da dieci anni a questa parte: Quando lo lasci? Appena sta meglio. Quando la lasci? Appena i figli sono più grandi. Quando lo lasci? Quando torna dalla California. Quando la lasci? Quando i nipoti saranno cresciuti. Quando lo lasci? E’ appena morta sua madre, non posso ora… Quando la lasci? E’ appena morta sua sorella, non posso ora…
Poi allungano la mano uno verso l’altra e se la stringono, come in un patto di muto tradimento.
Persino il cane sembra non credere alle loro parole e ha quel muso sempre più rassegnato, anno dopo anno.
Le parole non cambiano, le voci sì. Quella della donna è diventata più sottile e le parole sembrano soffiate dentro una bolla di sapone; quella dell’uomo è diventata più roca, nebbiosa, si perde tra colpi di tosse e fatica a ritrovare la strada delle corde vocali.
Anche i silenzi sono cambiati e sono sempre più lunghi, trascinati, stanchi.
Eccoli, stanno per arrivare. Sento i loro passi sul cemento e l’ansimare del cane.
Ora avvicino la sedia al muro, più che posso, poi resto immobile e ascolto.Restare immobile mi viene benissimo, meglio che ascoltare.
Ecco, così.

©Barbara Garlaschelli, 2015

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