Prossima fermata, Kobane, uscita lato destro [3] di Roberto Macchi

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Bandiera curda

Prossima fermata, Kobane, uscita lato destro
Next stop, Kobani, right side exit

Fin qui siamo rimasti da questa parte del confine, ma ora arriva il momento di varcare quel confine. La prefazione è un discorso di tecniche di salvaguardia della propria pelle, fatto da un combattente, che posso riassumere così ” i giubbotti e gli elmetti, possono salvarvi dalle schegge e dall’onda d’urto dei detriti di un’esplosione, ma non vi salveranno mai dai cecchini. Quelli sparano al collo per uccidervi o alle gambe per ferirvi e attirare dei soccorritori, così da poter uccidere il maggior numero di persone. Perciò, se sarete colpiti, nessuno verrà ad aiutarvi, questa è la regola. A loro non interessa che voi imbracciate un fucile o una fotocamera, loro vi spareranno comunque”. Confortante, almeno potrei dire che l’eventuale dipartita sarebbe solo ed esclusivamente frutto di una massiccia dose di jella, frammista a casualità, non ci sarebbe nulla di personale. Io, però, per non saper né leggere né scrivere qualcosa la indosso, avete visto mai…

Attraversare il confine non è affatto difficile, basta farlo di notte, affidandosi ad uno dei tanti traffichini che durante le guerre prosperano, offrendo i loro servigi a chi ne fa gentile richiesta. E qui iniziano i problemi. Questi individui non sono al servizio di nessuno, se non al servizio di loro stessi e del dio denaro; ciò significa che possono portarti ovunque. Nel concetto di “ovunque” è ricompresa anche la tana dei cattivoni. Per loro è solo una questione di soldi, quindi, non siate micragnosi quando dovete entrare in zona di guerra, ma consci e consapevoli del fatto che qualcuno potrebbe sempre pagare una cifra più alta della vostra per accogliervi a braccia aperte e farvi perdere la testa.

Si viaggia a fari spenti, a velocità ridottissima. Le strade sono ingombre di carcasse di vetture, messe lì per rallentare la corsa di eventuali “attrezzate” o vetture kamikaze. Il nostro autista si scusa per il disagio, ma prontamente rispondo con “ Stai sereno zi’, sono abituato ai Colli Portuensi sotto Natale, questa è ‘na passeggiata di salute”, si vede che il locale assessore alla viabilità è ancora alle prime armi (sigh numero 2…)”. Prima di salire sulla vettura, giusto per sdrammatizzare il momento, ne avevo già sparata una delle mie dicendo: “Ma ve lo immaginate se fossimo venuti qui per morire per mano di quella tizia di Salerno che pare essere stata arruolata dai cattivoni? Ci mancherebbe solo questa, essere ammazzati da una che si lancia all’assalto cantando “jamm, jamm, jamm ad ammazzà, jamm, jamm, jamm ad ammazà, Coulibaly, Coulibala, Coulibaly, Coulibala, jamm, jamm, ja Coulibaly, che va a spara’” Risata nervosa del gruppo, gran pacche sulle spalle, siamo pronti, tutto è ok, il morale è alto, dissimuliamo la paura in ogni modo, ma la paura va a tremila, ci stiamo praticamente cagando addosso. Bene così, partiamo.

Arriviamo al punto prefissato, scendiamo dal veicolo e corriamo verso un punto al coperto. Sarà la paura, sarà la corsa a perdifiato, ma iniziamo a respirare come dei mantici; questa manovra ci dà agio di apprezzare finalmente l’odore di morte che avvolge tutto. I morti in combattimento. Spesso sono abbandonati per le strade dai miliziani dell’IS, non si prendono neanche la briga di sotterrare i loro compagni d’armi. Spesso sono gli stessi curdi a seppellire i loro nemici caduti in battaglia (incredibile numero 2). Lo spettacolo non è dei migliori, ma questa è la guerra e, se non vi piace, tornatevene a casa. Non vi nascondo che in effetti, il primo istinto sia stato proprio quello, che poi, a saperlo prima, ci saremmo portati almeno qualche arbre magique giusto per rinfrescare gli ambienti e sdrammatizzare il tanfo.

Sorvolo su quanto ho visto, potete sicuramente immaginarvelo da soli, altrimenti, vi  basterebbe guardare, seppur distrattamente, uno dei servizi giornalistici che di tanto in tanto, distrattamente, parlano di questi luoghi. Se provate a dare sfogo alla vostra fantasia, fate una cosa, quello che immaginate, peggioratelo del 500% e drammatizzatelo ancora di più. Ecco, se lo avete fatto, sarete comunque lontani miliardi di anni luce dalla realtà di questi luoghi. Magari date uno sguardo a qualche film, tipo “Full metal jacket”, “Il pianista” o “Salvate il soldato Ryan” per capire meglio quale fosse la condizione di strade e palazzi.

CONTINUA…

© Roberto Macchi (rmphoto.it), 2015

Chi è Roberto Macchi?

Conosce la fotografia a 5 anni, lei, la fotografia, ne rimane sconvolta e scappa, ma lui corre più veloce e la sposa. Ben presto si accorge che fare il fotografo non significa cuccare modelle, ma vivere di stenti. Vince alcuni premi importanti, essendo l’unico in concorso; negli altri casi, sbaraglia la concorrenza grazie a corruzione e vili ricatti. Diventa fotoreporter per caso, e nessuno se ne accorge, tranne le modelle che finalmente si sono liberate di lui. Andato in Siria, fa strage di cuori tra gli jihadisti, ma riesce a non perdere la testa.

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