Prossima fermata, Kobane, uscita lato destro [1] di Roberto Macchi

Dati cartografici © (2015) Basarsoft, Google

Dati cartografici © (2015) Basarsoft, Google

Prossima fermata, Kobane, uscita lato destro
Next stop, Kobani, right side exit

Per un attimo ho pensato che a Kobane ci si potesse arrivare con la Metro. Invece, ci si arriva solo con mezzi di fortuna che, prima di arrivare al confine turco-siriano, devono attraversare una zona che ricorda molto da vicino il Nulla assoluto. Partiamo in fretta dall’Italia di domenica mattina, ci è stato detto che qualcosa di grosso sta per accadere. Arriviamo in tarda serata a Mehser, veniamo accolti da un comitato di benvenuto che neanche Renzi a Bruxelles… Fuochi d’artificio, mortaretti e tric & trac riempiono la notte. Ben presto ci accorgiamo che non sono mortaretti, bensì simpaticissimi colpi d’arma da fuoco, accompagnati da immancabili colpi di mortaio e bombe assortite. Sì, in Siria la guerra c’è per davvero e per quanto si voglia nasconderlo: si spara e ci si muore anche. Quest’ultimo aspetto spererei di non doverlo documentare sulla mia pelle, ma mi convinco sempre più che questo rientrerà nell’alveo della casualità, più propriamente in quella che banalmente viene definita “sfiga”. Torniamo però a bomba (sigh…) a Mehser, il centro abitato più grande che si trova nelle immediate vicinanze del confine. Cosa significa: “Immediate vicinanze”? Significa: non più di un paio di chilometri, forse meno. Kobane, invece, dal confine dista sì e no trecento metri, in alcuni casi anche un centinaio, praticamente a distanza non di cecchino, ma di mazzafionda. Una sensazione di profondo terrore mi avvinghia l’intestino: il pensiero che un cattivone incappucciato possa centrarci in piena testa con anche un semplice sputo, non reca conforto. La strizza non va via anche quando ci spiegano che i cattivoni mai e poi mai sparerebbero a qualcuno che si trova da questa parte del confine. Il motivo è presto detto: se sparassero oltre il confine siriano, i turchi ci andrebbero in puzza e raderebbero al suolo le loro fortificazioni, invece ora sono cordialmente indifferenti a tutta la vicenda, anzi, se i curdi venissero sterminati, verrebbe risolto un annoso e fastidioso problema che toglie il sonno ai politici locali. Alla Turchia interessa solo che i profughi non si riversino nel loro territorio e che l’inveterata questione turca rimanga sepolta nell’oblio. Al momento ci sono quasi trecentomila profughi ammassati in una ventina di baraccopoli, disseminate lungo il confine nei pressi  alla cittadina di Suruc.

Gli unici realmente interessati alla questione curda, per quanto possa sembrarvi strano, sono proprio i curdi. Inspiegabile vero? E gli americani? Gli americani fanno quello che a loro riesce meglio e cioè vendere armi a coloro ai quali fa comodo venderle al momento. Quando questi acquirenti diventano poi troppo scomodi e cattivoni, vengono b, mantenendo sempre allegro e pimpante il mercato dell’industria bellica. Però, i cattivoni, intendiamoci, mica vengono bombardati sul serio, vengono bombardati con i droni che, come si sa, sono un po’ rindroioniti. I droni, non avendo il pilota, sono portati sull’obiettivo da un pilota che opera da remoto attraverso sensori e fotocamere e si sa, che di campioni mondiali di Flight Simulator, non è che ne nascano ogni giorno a mazzetti. Che nei bombardamenti, essenzialmente notturni, ci sia qualcosa di strano, te ne accorgi soprattutto dal fatto che le bombe finiscono spesso fuori dai confini cittadini. Si potrebbe sempre dire che lo spettatore era fuorviato dall’oscurità e poi, scusate, di notte si dorme, se fosse bombardato il centro della città verrebbero svegliati tutti.

Quindi, gli americani ci fanno o ci sono? Gli americani non ci fanno, ci sono proprio, ve lo dice uno che ha vissuto per un po’ negli States. Poveracci…, sono lenti di comprendonio, mica è colpa loro. Senza andare troppo lontano nel tempo, si potrebbe chiedere loro di pensare a ciò che successe con Bin Laden: uno che armarono di tutto punto per contrastare i nemici dell’America e che poi, a sua volta, destino beffardo, divenne il nemico pubblico numero uno proprio degli Yankees. Inutile dire che gli americani la presero malissimo, si sa che non hanno una grande verve ironico-umoristica. Roba che adesso, senza il loro antico appoggio, al massimo, il caro vecchio Osama avrebbe fatto il kebabbaro al Quadraro, altro che lo sceicco del terrore.

Comunque, inutile che vi lamentiate e facciate sterili polemiche, le bombe sono  loro e le tirano dove e a chi vogliono loro, sennò ve le portate voi da casa con tutti i fastidi, le difficoltà e i costi aggiuntivi che ciò comporta. Poi ne avevano alcune vicine alla data di scadenza e quindi, piuttosto che dismetterle, è convenuto spararle e fare tanta allegria con i botti.

CONTINUA…

© Roberto Macchi (rmphoto.it), 2015

Chi è Roberto Macchi?

Conosce la fotografia a 5 anni, lei, la fotografia, ne rimane sconvolta e scappa, ma lui corre più veloce e la sposa. Ben presto si accorge che fare il fotografo non significa cuccare modelle, ma vivere di stenti. Vince alcuni premi importanti, essendo l’unico in concorso; negli altri casi, sbaraglia la concorrenza grazie a corruzione e vili ricatti. Diventa fotoreporter per caso, e nessuno se ne accorge, tranne le modelle che finalmente si sono liberate di lui. Andato in Siria, fa strage di cuori tra gli jihadisti, ma riesce a non perdere la testa.

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