Kaos [6] di Michela De Mattio

© ph. Camilla Coppola

GIUSTIZIA

L’agente di polizia penitenziaria che accompagnò Angelo Guerrini mi disse con tono sommesso che si trattava di «un povero diavolo». L’uomo giunse nella stanza dei colloqui del Coroneo con due grucce, trascinando la gamba destra. Aveva il piede storto all’indietro e sembrava uno di quegli accattoni che sostano nel sottopassaggio pedonale della Stazione. Cinquant’anni appena compiuti, era un ometto scarno, tutto pelle e ossa. Il volto emaciato e pochi denti in bocca. Per stringermi la mano dovette puntellarsi poggiando il ventre contro la stampella. Faticò a stare in piedi. Poi si sedette e cercò di raccontarmi la sua storia. Stava scontando la pena, il decreto di condanna era passato in giudicato.
«Angelo Guerrini ha aggredito un uomo sguinzagliandogli contro il suo pitbull. Dopodiché lo ha picchiato brutalmente e riempito di calci.» Questo affermava l’accusa. L’uomo mi disse di essere innocente. Ci metteva un po’ a rispondere alle mie domande, era prolisso. Non capivo tutto ciò che diceva, ma non ci fu bisogno che mi desse troppe spiegazioni. Malconcio com’era, camminava a stento, qualunque cane lo avrebbe fatto cadere a terra. Quando mi alzai per andarmene, di colpo mi trattenne per un braccio, gli caddero le stampelle. Mi disse che non era una persona cattiva.
Qualche giorno dopo arrivarono gli atti dalla Procura. Un fascicolo sottile di una trentina di pagine appena. Augusto Milone, direttore di banca, stava facendo una passeggiata col cane nel cuore del Borgo Teresiano, lungo il Canal Grande di piazza Ponterosso. Soffriva di insonnia. Erano le due del mattino quando il suo bassotto si era accapigliato con un pitbull. Il proprietario del pittbull era andato su tutte le furie. Il litigio si era inasprito e l’uomo aveva riempito di botte Milone. Quando il banchiere era arrivato a casa sanguinava dalla bocca, aveva il naso rotto e la camicia lacera. Sua moglie lo aveva portato in Pronto Soccorso. Poi gli aveva detto di conoscere «quello del pitbull», si chiamava Guerini. Era un cliente fisso del suo centro estetico, ma ci andava solo per fare lampade.

Il giorno seguente la donna si mise a cercare nel computer del centro. Trovò la scheda di Angelo Guerini e il suo indirizzo. Abitava in Via S. Giacomo in Monte numero18. I due coniugi si recarono in Questura.
Guerini non era registrato tra i residenti. Il poliziotto non se ne stupì. «Trieste è una città universitaria e di frontiera, non tutti rispettano l’obbligo di iscriversi all’anagrafe», disse.
Lo stesso giorno un agente di pattuglia fu mandato al domicilio indicato da Milione. Sui campanelli trovò il cognome Guerrini. Si rivolse all’anagrafe che confermò l’iscrizione di un certo Angelo Guerrini in via S. Giacomo in Monte numero 18. Il poliziotto concluse che la moglie di Milone doveva aver scritto male il cognome. «Quello corretto è Guerrini, non Guerini.»
Suonò e siccome nessuno aprì, lasciò il mandato di comparizione nella cassetta delle lettere.
Angelo Guerrini avrebbe dovuto presentarsi.

Il mio cliente non si recò in Questura né scrisse per motivare eventuali impedimenti. Dopo quattro settimane l’agente di polizia trasmise gli atti alla Procura. Il Procuratore chiese un decreto penale di condanna, un giudice glielo firmò. «Se non è stato lui si presenterà», disse.
Quando Guerrini ricevette il decreto, avrebbe ancora potuto cambiare il corso degli aventi. Sarebbe stato sufficiente che scrivesse una breve dichiarazione.
Dopo due settimane il decreto penale passò in giudicato. L’Ufficio dei Decreti Ingiuntivi del Tribunale di Trieste gli inviò un bollettino di versamento. Guerrini avrebbe dovuto pagare l’ammenda. L’uomo non pagò, non avrebbe nemmeno avuto i soldi per farlo. La pena pecuniaria venne tramutata in pena detentiva.
L’istituto penitenziario di Via Coroneo gli scrisse di presentarsi entro quindici giorni. Guerrini gettò via la lettera. Dopo tre settimane, alle otto del mattino, due agenti di polizia lo prelevarono da casa. Da quel momento fu incarcerato. Guerrini non smise mai di ripetere che non aveva picchiato nessuno.

La malformazione al piede destro del mio cliente era congenita. Era stato operato più volte. Scrissi ai suoi medici e feci avere le sue cartelle cliniche a un perito, il quale attestò che Angelo Guerrini non avrebbe mai potuto prendere a calci nessuno. I suoi amici che come lui abitavano nel quartiere di San Giacomo, vennero nel mio studio. Dichiararono che Angelo aveva paura dei cani, ovvio che non ne avesse mai posseduto uno. Uno di loro conosceva persino Guerini, quello del pitbull, un cinquantenne allampanato.
Feci domanda di revisione, l’uomo fu scarcerato. Dopo tre mesi si tenne il processo in cui Milone dichiarò di non aver mai visto il mio cliente prima di quel giorno.
Angelo Guerrini fu assolto.
La giustizia dimenticò di procedere contro Angelo Guerini.
Per legge il mio cliente aveva diritto a ricevere dalle casse dello stato dodici euro per ogni giorno trascorso in carcere. La domanda doveva essere presentata entro sei mesi. Angelo Guerrini non ricevette un euro. Fece scadere i termini.

© Michela De Mattio, 2018

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