Kaos [5] di Michela De Mattio

© ph. C. Coppola

INNOCENZA

Quel 15 agosto il caldo era eccessivo anche per la stagione. In un paesino dell’altopiano carsico, nel comune della provincia di Trieste, si sentiva il profumo di Ćevapčići e di costine di maiale arrostite alla griglia. In piazza, quella sera, avrebbe suonato un’orchestrina locale. Due fisarmoniche, un violoncello e strumenti a fiato. Niente di eclatante o di prestigioso. Suonavano per divertimento. Erano uomini comuni. Tutti sposati con figli. Pagavano le tasse, onoravano i loro mutui e la sera guardavano il telegiornale prima di crollare addormentati sul divano. Qualcuno era artigiano, uno faceva l’assicuratore, un altro ancora aveva una concessionaria. Gli altri non ricordo.
Per la sagra di Ferragosto si erano vestiti da donna. Indossavano parrucche di vari colori. Le mogli si erano occupate del trucco: cipria, fard e un filo di matita sugli occhi.
A metà serata avevano già bevuto troppo. Le camicie bianche che indossavano si erano incollate ai corpi. Puzzavano di sudore misto ad alcol. Suonavano comunque e anche se sbagliavano qualche nota non se ne accorgeva nessuno perché anche il pubblico era alticcio. La gente ballava sulle assi di legno che erano state stese davanti al palco. Non smettevano mai nonostante l’afa e la polvere che si alzava, creava una strana nube che avvolgeva i piedi di tutti.
Tra un pezzo e l’altro arrivavano applausi assieme a bicchieri di vitovska fresco, il vino bianco locale.
Quando fecero l’intervallo, un Dj prese posto al mixer. I musicisti andarono dietro al sipario a bere.

Giulia aveva diciassette anni, le mancava un anno alla maturità, poi si sarebbe iscritta a Medicina. Non vedeva l’ora. La sua bellezza, il suo viso aperto con gli occhi verdi, attirava gli sguardi. Mentre serviva da bere sorrideva. Le mance erano buone, durante le vacanze avrebbe girato l’Europa con l’interrail assieme alle sue amiche. Indossava una maglietta bianca e un paio di jeans. Una fascia per tenere indietro i capelli.
Uno dei musicisti si sporse dal sipario mostrandole il bicchiere vuoto che teneva in mano. Lei attraversò la pista da ballo e salì i quattro gradini che portavano al palco tenendo in equilibrio il vassoio con sopra due brocche da un litro. Trovò buffo l’uomo con la parrucca rossa e le guance bianche. Lui le sorrise. Questo se lo sarebbe ricordato perché aveva notato i denti gialli che spiccavano sul suo volto pallido. Lui scostò il sipario per farla passare mentre gli altri stavano seduti sulle panche di legno e lamentavano di avere sete.
Giulia scivolò e cadde all’indietro. Non si fece male ma si rovesciò il vino addosso. Emise un risolino per la vergogna. La maglietta diventò trasparente, Giulia non portava il reggiseno. Si accorse che gli uomini si erano azzittiti di colpo mentre la fissavano. Al di là del sipario, dalle casse usciva Billie Jean di Michael Jackson e il ritmo sulla pista da ballo scandì il tempo dei musicisti.

I carabinieri arrivarono troppo tardi. Non avevano creduto subito all’uomo che aveva chiamato dalla cabina telefonica della piazza. Aveva detto di essere uno dell’orchestrina, ma si era rifiutato di riferire il proprio nome.
Sotto il palco era buio. Giulia era lì, nuda e immersa nella melma, fradicia di sperma, fradicia di urina e intrisa di sangue. Non riusciva a parlare e non si muoveva. Aveva quattro coste, un braccio e il naso rotti. I cocci dei bicchieri le avevano lacerato la schiena e le braccia. Finiti i loro comodi, i musicisti avevano sollevato una tavola di legno e l’avevano gettata sotto il palco. Poi erano tornati davanti al pubblico. Quando i carabinieri avevano estratto la ragazza dalla fanghiglia, stavano suonando una mazurka.

«La difesa è la lotta per i diritti dell’imputato» era una delle frasi che come un mantra mi era stata ripetuta durante il mio corso di studi. Ci credevo. Pensavo di sapere cosa significasse. Da poco più di un mese ero stato abilitato all’avvocatura.
Un compagno di università mi telefonò per chiedermi se volevo fare parte del collegio difensivo, mancava un avvocato. Accettai con entusiasmo. Sarebbe stato il mio primo caso importante, i giornali non parlavano d’altro.
Nel processo penale l’imputato non è tenuto a dimostrare la propria innocenza. Solo l’accusa ha l’obbligo di esibire le prove. La nostra strategia fu quella: tutti dovevano tacere.
Le analisi del Dna erano state ammesse in tribunale da pochi anni.
I carabinieri avevano prelevato gli abiti di Giulia all’ospedale. Li avevano infilati in sacco nero della spazzatura e poi nel bagagliaio dell’auto di servizio per portali al medico legale. Credevano di aver fatto tutto per bene. L’automobile tuttavia, era rimasta sotto il sole per ore e il caldo aveva favorito la proliferazione di funghi e batteri nell’involucro di plastica. Nessuno fu più in grado di analizzare le tracce di Dna.
I medici avevano salvato la ragazza distruggendo tutte le prove. Sul tavolo della sala operatoria le avevano ripulito ogni centimetro di pelle, eliminando le tracce dei colpevoli dalla vagina, dall’ano e dal resto del corpo. Il medico legale aveva cercato di recuperare qualcosa dai rifiuti della sala operatoria. Si era arreso alle cinque del mattino. Lo avevano visto seduto al bar dell’ospedale davanti a una tazza di caffè, stanco e sgomento.
Giulia non seppe indicare i nomi dei colpevoli, al confronto non ne riconobbe nemmeno uno. Con il trucco e le parrucche le erano sembrati tutti uguali.
Nessuno seppe mai chi avesse chiamato i carabinieri, ma era certo che fosse stato uno di loro. L’orchestrina contava nove membri, otto erano colpevoli, ma ognuno di loro poteva essere quello non colpevole.

Incontrai il mio cliente la prima volta quando era già in carcere da una quindicina di giorni.
Magro, con la faccia spigolosa e il mento prominente portava un paio di occhiali con la montatura trasparente. Mentre parlava gli si formava un filo di bava agli angoli della bocca. All’epoca era ancora consentito fumare nei parlatoi delle carceri e l’uomo si accendeva una sigaretta dopo l’altra.
Per me era tutto nuovo almeno quanto per lui. Gli spiegai, anche troppo nel dettaglio, i suoi diritti e le regole del rapporto tra avvocato e cliente. Usai una verbosità nozionistica dovuta all’insicurezza. Lui mi raccontò di sua moglie e dei suoi figli, del suo lavoro di assicuratore e solo alla fine della festa. Parlò del caldo e del fatto che tutti avevano bevuto troppo. Si soffermò sull’afa e bofonchiò che non sapeva perché fosse successo. Non gli chiesi se avesse partecipato anche lui, non volevo saperlo.
Lo stesso giorno incontrai gli altri otto difensori in una delle sale per gli avvocati all’interno del tribunale. Negli atti c’erano le foto di Giulia, del suo viso gonfio, del suo corpo oltraggiato. Non avevo mai visto nulla di simile. Le sue dichiarazioni erano confuse, non consentivano di ricostruire un quadro preciso. In ogni pagina degli atti traspariva la rabbia dei carabinieri, dei medici, del pubblico ministero. Una rabbia che non sarebbe servita a nulla.
Nel cuore della notte squillò il mio telefono di casa. L’altro non parlò, sentii solo il suo respiro. Non aveva sbagliato numero. Lo ascoltai e basta finché riattaccò. Fu una lunga telefonata.

Quando ebbe inizio l’udienza preliminare parlai troppo. Da giovani si è convinti che qualunque cosa sia meglio che tacere. Non credo che il giudice mi stesse ascoltando, fissava il mio cliente. Tra lui e quell’uomo c’era qualcosa di diverso in gioco, qualcosa che non aveva a che fare con l’ordinamento processuale. L’accusa andava oltre le leggi scritte.
Quando ebbi terminato di parlare, il giudice chiese al mio cliente se avesse qualche dichiarazione da fare. Lo chiese piano, con un tono privo di enfasi, appoggiando gli occhiali da lettura sul banco, in attesa. Conosceva la risposta, ma pose comunque la domanda.
Nella frescura dell’aula dell’udienza ognuno di noi sapeva che il procedimento sarebbe finito lì e che la colpa è tutta un’altra cosa.
Nel pomeriggio il giudice revocò i mandati di arresto. Disse che mancavano le prove e che i nove imputati si erano tutti avvalsi della facoltà di non rispondere. Pronunciò il responso leggendolo da un foglio, anche se si trattava solo di un paio di frasi. Poi, in aula, piombò il silenzio.
Gli uomini furono rilasciati. Se ne andarono da un’uscita posteriore, tornarono dalle loro mogli, dai loro figli e alle loro vite. Non ci fu mai un processo.

Fuori dal tribunale c’era il padre di Giulia. Stava in piedi a metà della scalinata. Gli passammo a destra e a sinistra mantenendo una certa distanza. Ci fissò a lungo. Aveva gli occhi rossi per il pianto e una faccia buona. Gli avvocati più anziani si fermarono a parlare con i giornalisti. I microfoni luccicavano come pesci al sole. Alle loro spalle, il padre si sedette sui gradini del tribunale e seppellì la testa tra le braccia.
Io e il mio compagno di università ce la svignammo come due ladri. A piedi, partendo da Via del Coroneo, raggiungemmo il Molo Audace senza dire una parola. Sperando di lasciarci tutto alle spalle, lo percorremmo fino alla punta in quello suo strano modo di allontanarsi perpendicolare al fronte della città. Mi sedetti su una delle ultime bitte. Accarezzai con entrambe le mani la ghisa satura del calore della giornata. Guardai verso la terra ferma. La schiera di palazzi neoclassici si stagliò davanti ai miei occhi. Trieste vista da fuori, dal largo di una colata di cemento lunga quasi cento metri, mi parve superba nella sua aristocratica naturalezza. Il mio compagno di studi rimase in piedi, rigido. In uno sguardo fugace che ci scambiammo capimmo di aver perso l’innocenza. Mi chiesi se fosse questo diventare adulti. Me lo domandai sapendo che mai più niente sarebbe stato come prima.

© Michela De Mattio, 2018

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