Kaos [4]di Michela De Mattio

© ph. C. Coppola

LA LUCE ROSSA

Sono in ritardo e l’atrio odora di muffa. Infilo rapido il fatiscente scalone di marmo e salgo di corsa al primo piano. La porta dello studio è socchiusa. Appena entro nella sala d’aspetto avverto una fitta al costato che mi costringe a piegarmi in avanti.
Giulia non mi ha sentito arrivare. La scorgo ancora seduta sulla sua sedia girevole con la finestra alle spalle attraverso la quale la luce filtra avara. Mi appoggio alla porta e la vedo trasalire appena.
«Ciao Luca, entra», mi dice alzandosi in piedi. Ci abbracciamo e sebbene Giulia sia esile e di media statura e sia io a stringerla forte, per un attimo, vorrei sprofondare tra le sue braccia.
La guardo. Ha i capelli ramati, gli occhi blu grandi, vividi e una spolverata di efelidi sul naso.
Le poltrone in cuoio stanno una di fronte all’altra, le separa un tappeto orientale. La libreria in mogano ereditata da suo nonno è alle spalle della poltrona del paziente sulla quale, oggi, dovrò sedermi io. Accanto alle poltrone, un tavolino in legno con sopra un’abat- jour emana una luce a basso voltaggio che sa di comprensione.
So bene che è usuale per gli psicoterapeuti rivolgersi a un collega in momenti di difficoltà eppure ogni volta mi sento smarrito.
Giulia accenna un sorriso mentre io rimango in silenzio e mi stravacco sulla poltrona come un sacco vuoto. Lei prende posto di fronte a me e socchiude gli occhi per concentrarsi. Siamo amici dai tempi del Liceo e questo non aiuta.
Alza il capo e mi scruta con intensità senza proferire parola.
Mi sfugge un sorriso beffardo che elargisco nei momenti di imbarazzo. «Arrivo subito al dunque. Ho un nuovo paziente che mi sta creando qualche problema. Si chiama Mattia e mi è stato inviato dai servizi sociali. Sta in una comunità. È stato abbandonato dalla madre alla nascita e dopo un primo periodo in orfanotrofio è passato da una famiglia affidataria all’altra. Se ne sono sbarazzati tutti.»
Fa un cenno con il capo per farmi proseguire.
Continuo quasi in apnea. «Ha appena compiuto diciott’anni. È il classico finto duro e indisponente che sorride con sufficienza e si presenta in seduta con la sigaretta appesa a un angolo delle labbra. Da qualche mese gli capita di avere degli attacchi di panico che ovviamente non accetta. Troppo incompatibili con il suo personaggio.»
Giulia accavalla le gambe. «Interessante, mi ricorda qualcuno…»
Raddrizzo la schiena sulla poltrona e mi abbottono la giacca del completo fumo di Londra che indosso sopra a una camicia Oxford.
«In che modo ti sta creando dei problemi?»
Mi passo una mano trai capelli e aggrotto la fronte come se mi sforzassi di ricordare. «Vuole incontrare sua madre biologica. Gli avevano detto che era morta, ma lui non ci ha mai creduto. È uno sveglio. Non so come l’abbia trovata, quindi non chiedermelo. Resta il fatto che ha il suo indirizzo e vuole contattarla. Ovviamente nessuno lo sa. Eccetto me, s’intende.»
«Cosa ti preoccupa?», mi chiede calma
«Come cosa mi preoccupa?», sbotto scattando in piedi.
Giulia tace senza smettere di guardarmi.
Muovo qualche passo lento e appoggio una mano sulla vecchia libreria dandole le spalle. Faccio scorrere i polpastrelli sulle copertine di una fila di libri. Inspiro e attacco: «Giulia, non è pronto. È solo un ragazzo. E poi lo sai anche tu che quelli che sono stati abbandonati si fanno sempre un sacco di fantasie romantiche sulla propria madre».
«Tipo?»
«Le solite», rispondo con tono piatto mentre torno a sedermi sulla poltrona. «Temo che Mattia si aspetti di essere nato da una donna giovane e bellissima e di essere il frutto della passione di un amore impossibile ostacolato dai genitori di lei.»
«Te lo ha detto lui, questo?», mi chiede scrutandomi.
Emetto una risata priva di allegria. «Non serve che me lo dica. Mi è sufficiente vedere la sua eccitazione e quella luce che ha negli occhi per capire», dico allargando le braccia. «Starà di merda quando scoprirà di essere figlio di una delle tante scopate di una donna che nemmeno ricorda di averlo messo al mondo. Potrebbe essere figlio di una prostituita, un’alcolista, una tossicodipendente. Se gli va bene sua madre potrebbe essersi rifatta una famiglia. Se gli va male potrebbe essere figlio di tutte queste cose insieme.»
«Di chi stai parlando Luca? Di te o di Mattia?», mi chiede sporgendosi verso di me e appoggiando i gomiti sulle ginocchia.
«È solo un ragazzo Giulia», rispondo fissando un punto sulla parete oltre le sue spalle. «Ha un dolore dentro sordo e confuso assieme a una irriducibile propensione a farsi del male. E poi…è così idiota da essere felice di averla ritrovata. Perché sai…, non si ha paura del futuro quando la macerie sono alle proprie spalle.»
«Di chi stai parlando, Luca?», ripete Giulia ostinata.
«Non lo so…», farfuglio deglutendo. Mi alzo e prendo a camminare su e giù per lo studio. Giulia sa che stare fermo non mi riesce facile.
«È per questo che pensi di non poterlo aiutare? Perché è di questo che hai paura vero? Che Mattia trovi una madre che assomiglia alla tua?»
Mi lascio ricadere sulla poltrona sfinito e non rispondo.
Il silenzio che segue mi pare eterno e lo sguardo di Giulia non mi molla un istante. I suoi occhi blu mi scrutano come la lama di un bisturi. Sfila via la mia pelle fino a lasciare la mia anima nuda e pulsante, straziata dal dolore.
Si appoggia con la schiena alla poltrona. «Ieri ho pensato a te. Sono stata in terapia intensiva a trovare mio nipote, il figlio di mia sorella che è nato premuro, di sette mesi. È così piccolo che sta in una mano. Mi ha ricordato te, Luca.»
All’improvviso avverto una sensazione di vertigine mista a nausea e deglutisco facendo rumore.
Giulia non si scompone. «Nelle incubatrici accanto a lui ci sono altri bambini. Ognuno di loro ha avuto una falsa partenza.» Congiunge le mani davanti al volto e poi la lascia ricadere in grembo. «Se qualcuno di loro ce la farà, sarà solo per una disumana voglia di vivere. Sono tutti così piccoli che è come se non fossero mai nati e nel contempo fossero costretti a nascere in continuazione. Non possono fare nulla da soli, eppure sono soli, soli come gli orfani. Non riescono a respirare, a mangiare, a piangere. Sono in perenne pericolo di vita. Il medico mi ha detto che hanno il cortisolo alle stelle e vivono in uno stato di stress continuo, come se corressero sempre.»
Sento di dover dire qualcosa, non so dove Giulia voglia arrivare ma avverto l’impulso di fermarla. «Il corpo rilascia il cortisolo alle otto di mattina come memoria di quando si andava a caccia.»
Mi sorride e prosegue. «Ho osservato a lungo mio nipote e mi è parso un bimbo senza orli, senza bordi. Non ha grembo quando ancora in quel grembo avrebbe bisogno di starci. Si muove con movimenti privi di armonia, movimenti senza requie, senza un senso del corpo dello spazio. Non è pronto per risolvere le incognite dello spazio eppure è già qui a combattere per trovare una soluzione.»
Sto per aprire la bocca quando prima che riesca a emettere un suono mi ritrovo la mano di Giulia con il palmo aperto e puntato verso la mia faccia. «Mio nipote è pieno di tubi, gli iniettano farmaci per far maturare gli organi. I prematuri sono orfani anche della chimica, sai? Negli ultimi tre mesi di gravidanza le madri scambiano un sacco di chimica con i propri figli, non accade solo alla nascita. E poi, ci sono tutte quelle mani estranee che lo toccano. Ogni volta il suo battito cardiaco schizza. Si vede bene al monitor la frequenza cardiaca che sale all’improvviso. Gli accade migliaia di volte al giorno e così non si disattiva mai. Mio nipote se diventerà grande lo farà con quello stress addosso, con quell’istinto al combattimento, con forme di intelligenza esasperate e solo in apparenza mal distribuite.»
«Come gli orfani», dico estraendo il pacchetto di sigarette e l’accendino dalla tasca della giacca.
Giulia mi fulmina con un’occhiata.
Sbuffo come un adolescente e ripongo il tutto sul tavolino accanto all’abat- jour.
Prendo a parlare con tono paternalistico compiaciuto, come ci fosse un’intera platea ad ascoltarmi. «Ce la farà Giulia, vedrai. Avrai un nipote bellissimo che magari per un po’ si muoverà nel mondo come se avesse qualche nemico alle spalle, che a volte partirà a razzo come se avessero un leone attaccato al culo. Gli insegnerai che non c’è nessun leone, nessun mostro, nessuno. E se da grande avrà qualche attacco di panico gli racconterai che quello è solo un modo struggente di fingere di morire immaginando così di distrarre la propria sorte.»
Giulia si alza in piedi e si avvicina alla finestra. Guarda fuori. È buio. Solo le luci dei lampioni illuminano il vicolo. «Vieni qui, Luca.»
Mi alzo e la raggiungo alla finestra. Lei mi posa la testa sul petto, io le cingo la vita con un braccio.
«Non sono preoccupata per mio nipote. Mi ha ricordato te e sto cercando di dirti che se diventerà solo uno spicchio di ciò che sei tu, sarà una gioia immensa. Avete la stessa cosa negli occhi: una specie di ombra di una luce intempestiva e rossa. Ma una luce. Le persone come voi e come Mattia non hanno lividi sul volto ma una specie di taglio sopra il cuore. Forse quella luce è il suo riflesso. Tu sei uno psicoterapeuta di immenso talento, sai meglio di me come aiutare Mattia a ricucire quel taglio ogni volta che si riapre.»
La stringo senza parlare.
«Cosa avresti voluto per te quando hai ritrovato tua madre?»
«Qualcuno che mi accompagnasse, credo.»
«Allora vai con lui, accompagnalo. Come hai detto prima: non si ha paura del futuro quando le macerie stanno alle proprie spalle.»

© Michela De Mattio, 2017

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