Kaos [2] di Michela De Mattio

© ph. Lorenza Ceruti

AISHA

Capita spesso che Margareth, la mia segretaria, per annunciarsi bussi e apra nello stesso instante la porta del mio studio benché io le abbia detto e ripetuto che il secondo gesto, in automatico rende inutile il primo.
«Ha mezz’ora di pausa prima del prossimo paziente, dottore.»
Annuisco con un sorriso ampio di circostanza mentre in ginocchio frugo nei cassetti della mia scrivania. Lo faccio con una compulsione da ladruncolo. Sto cercando gli appunti presi durante la seduta di un ragazzo del quale non riesco a ricordare il cognome. Il nome invece, lo ricordo. Si chiama Lorenzo, come me.
Intravedo Margareth ancora ferma sulla soglia e alzo il volto. Sospiro.
«Dottor Galante, mi scusi se insisto. Nel caso stesse ancora cercando quel paziente di cui mi parla da giorni, vorrei avvisarla che ho fatto una ricerca tra le fatture degli ultimi mesi. Non esiste nessuno che si chiami Lorenzo e nemmeno qualcuno che corrisponda alla bizzarra descrizione che lei ne ha fatto», dice Margareth esibendo il sorriso compiaciuto di chi è convinto di avere sempre ragione.
«Grazie, Margareth. Mi lasci solo.»
Il rumore della porta sbattuta mi fa trasalire.
Domani la licenzio.
Lorenzo è venuto da me un mese fa animato da una specie di urgenza. Ha parlato come se stesse su un palcoscenico. Mi ha anche chiesto se poteva camminare invece di rimanere seduto. Ha detto che lui in piedi pensa meglio. Io sono rimasto immobile sulla mia sedia padronale aggrappandomi con le mani ai braccioli. Di solito sono io quello che cammina mentre i miei pazienti stanno seduti o distesi. Muovermi mi aiuta a mettere a fuoco le situazioni.
Da qual giorno Lorenzo è diventato una specie di ossessione o, forse, sono le sue parole a esserlo assieme a quella scintilla negli occhi che all’inizio mi era parsa poco rassicurante.
La prima seduta è sempre introduttiva. Lascio che le persone si raccontino. Mi serve per conoscerli. Con questo ragazzo è stato diverso. Si è preso l’intera scena con una prepotenza lieve. Il suo, è stato un monologo.
Smetto di cercare gli appunti. Mi distendo sulla chaise longue, chiudo gli occhi e mi immergo in una discussione con me stesso. Ripasso alcuni punti della conversazione avuta con Lorenzo, anche se definirla conversazione non è corretto. Di colpo mi ritrovo lì.
«Accadono cose, dottore. Accadono perché è la vita a farle accadere. Voi strizzacervelli pensate che i momenti che viviamo siano una rete logica di sequenze casuali. Cazzate», dice infilandosi le mani in tasca.
«A dire il vero sono uno psicoterapeuta non uno psichiatra», abbozzo.
Lorenzo fa un gesto con la mano come per dirmi che poco importa e riprende a parlare: «Le sequenze si arrendono quando la vita scende sul palcoscenico e si mescola al pubblico in platea. È lì che la vita ci coglie di sorpresa. In realtà non si tratta nemmeno di tutta la vita. Per me si è trattato di uno spicchio di vita libera e vertiginosa che mi aspettava da tempo ma che io, prima, non potevo conoscere».
Si passa una mano tra i capelli, sposta dagli occhi quel ciuffo dietro il quale sembra nascondersi. Poi, mi fissa serio. «E così la vita, un giorno qualunque, all’improvviso, illuminata dalle luci del palco, come una mano invisibile ha pescato nell’infinito delle cose possibili, l’ha presa e me l’ha messa davanti, lasciandola accadere. Una cosa sola capisce? Una tra miliardi di cose possibili davanti ai miei occhi: una donna, Aisha. Il suo sguardo dritto ha incontrato il mio obliquo e la vita è esplosa. L’ho vista e la vita è scoppiata tutta in un colpo. Mi sono ritrovato in ginocchio in mezzo a tutti quei cocci taglienti come lame e in quell’istante ho compreso che forse, davvero, il mondo non è altro che una ferita che si ricuce negli sguardi che si mescolano, in due corpi che si sfiorano.»
Rimane in silenzio scrutandomi. Si arrotola le maniche della camicia. Per un istante penso che si aspetti che io dica qualcosa. Mi accorgo all’improvviso di sbagliarmi. Il suo sguardo spavaldo non cerca consigli e tanto meno rassicurazioni.
«E L’ho guardata a lungo, Aisha. Ma forse anche guardare è una parola troppo forte, dottore. Io, l’ho vista attraverso uno sguardo tutto mio, quello della meraviglia, dello stupore che non prende, ma riceve nel silenzio più assoluto della mente. Un silenzio vergine di qualsiasi domanda, scevro dallo sfregio della mia sete di sapere. E l’ho ricevuta negli occhi.»
Si zittisce come a raccogliere le idee, si china e rimane in equilibrio sulle ginocchia flesse. «Aisha mi è entrata negli occhi come entrano solo le immagini. Mi si è infilata dentro come l’istantanea percezione di una felicità assoluta e incondizionata.». Si alza in piedi e allarga le braccia come in segno di resa. «Me la porterò dentro per sempre, lo so. E ora lei è liquida dentro di me, balla leggera negli interstizi del mio corpo. Leggera, sì.»
Sorrido cerando di nascondere un inusuale imbarazzo. Avverto un calore al volto che temo si manifesti in una sorta di rossore.
Lorenzo aggrotta la fronte e poi mi sorride, sornione. «Aisha è una donna liquida come il mare, che non ha strade, che non ha spiegazioni. Io, da quando l’ho incontrata cammino con passo lento sul bagnasciuga dove le mie orme accentuate, ogni notte, vengono cancellate dalla marea. Se c’è un luogo al mondo nel quale è possibile non porsi domande, nel quale ogni paura svanisce allora è quella striscia di sabbia lì, quella soglia; non più terra e non ancora mare. Se c’è un luogo nel quale si può pensare di essere tutto oppure niente, è quello lì. Dovrebbe andarci qualche volta, dottore…»
Si avvicina alla mia scrivania, ci posa sopra i palmi delle mani e si inclina verso di me. «È proprio su quella striscia di terra che l’ho incontrata. È lì che sono stato tutto, è lì che continuo a esserlo, ogni giorno. Forse, davvero non si è mai abbastanza lontani per ritrovarsi».
Si allontana camminando all’indietro e infila le mani nelle tasche dei jeans. Lo osservo frugare. Sembra cerchi qualcosa. Per un attimo mi irrigidisco sulla sedia immaginando un oggetto contundente. Ne estrae un biglietto del treno che stringe in un pugno, come fanno i bambini. Si gira, mi dà le spalle, fa qualche passo e si lascia cadere sulla chaise longue, scomposto. Fissa un punto lontano mentre riprende a parlare: «E poi Aisha è carne. Non una carne qualunque, la mia. Un mio pezzo reciso chissà quando, chissà dove e poi restituitomi. Lo avverto lo strappo ogni volta che mi allontano troppo. Le sue labbra e il sesso hanno cancellato fette di vita che nemmeno potevo immaginare. Lo so che sembra stupido, ma quando due corpi si stringono con quello strano furore un po’ panico, la vita ne esce stropicciata come un biglietto del treno stretto in un pugno».
Lorenzo si mette seduto, solleva gli occhi dal biglietto del treno e li rivolge verso di me. Lo lascia cadere sul parquet. Mentre corruga la fronte e mi scruta la sua voce è un sussurro. «In quei momenti accade che mozziconi di tempo dolorosi, vili o mai compresi spariscono nelle pieghe di una vita appallottolata in una mano.»
«Dottor Galante sta dormendo? »
Apro gli occhi e trovo Margareth, in piedi accanto a me. Porta il pollice e l’indice sulle tempie.
«È arrivata la nuova paziente. Si metta a posto i capelli, la prego. Ha sempre quell’aria stropicciata.»
A fine seduta la licenzio.
Mi alzo in piedi e mi arrotolo le maniche della camicia.
La paziente varca la soglia del mio studio. È una donna. Il suo sguardo dritto incontra il mio obliquo e la vita esplode di colpo. Le gambe mi tremano. Mi percepisco in ginocchio in mezzo a cocci taglienti come lame.
Le porgo la mano. «Piacere, sono Lorenzo Galante. Si accomodi.»
«Piacere, Aisha. »
Forse davvero, il mondo non è altro che una ferita che si ricuce negli sguardi che si mescolano, in due corpi che si sfiorano.

© Michela De Mattio, 2017

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