Ispirazioni [6] di Alessandro Morbidelli

Il racconto di oggi è stato ispirato dalle parole che Alessandra Sarchi (che ha da poco dato alle stampe “Sex & Disable People“, scritto a quattro mani insieme a Barbara Garlaschelli, pubblicato da Papero Editore e tradotto in un intenso spettacolo teatrale con la collaborazione di Luca Garlaschelli, Viviana Gabrini, Leandro Agostini e Luciana Littizzetto) ha personalmente estratto dal suo “Violazione” (Einaudi, 2012) e che ha poi voluto donarmi per la rubrica. Sono queste:

Guardare insieme tiene uniti. Il vedere, che è la maniera più individualistica di appropriarsi del mondo, se condiviso, crea un legame carico di responsabilità.

Mentre scrivevo, ho ascoltato “Entr’acte” dei The Cinematic Orchestra.

©foto di Kevin Carter

© foto di Kevin Carter

L’AVVOLTOIO

Kevin ferma il pick up all’incrocio. Abbassa il finestrino e mi sorride. Mi avvicino all’auto.
«Sai qual è stata la cosa che mi ha fatto male davvero?» mi chiede.
Ha le labbra stanche. Sulla barba, l’odore di troppe sigarette. Salgo dalla parte del passeggero. «Grazie…» mi dice.
Lascia scivolare il pick-up prima nel traffico, poi tra i quartieri più a est, oltre i centri commerciali. Sapevo che sarebbe passato qui. Sono i luoghi suoi, di Ken e di Greg. Sono i luoghi del Bang Bang Club.
Il sole cuoce la polvere rossa della terra. L’aria calda che entra dal finestrino arruffa i capelli sulla testa di Kevin. Gli occhi, lucidi, splendono.
«Non è un percorso lineare, sai… sono salti. Viviamo di salti…»
L’autoradio è spenta. L’ultima volta suonava un inno nazionale, ma né io né Kevin ricordiamo di quale Stato. Adesso lascia sporgere il lato bianco di una musicassetta.
Oltre gli stagni di Primrose c’è un ruscello che taglia in due l’ocra acceso. Lo oltrepassa un vecchio ponte di legno che le mani hanno legato con le corde e altre mani hanno coperto di cemento. Kevin ferma il pick up al centro esatto del corso d’acqua. Scende e si appoggia al parapetto. Poi si volta verso di me. Ha i denti bianchissimi. Sua è la bellezza di tutti gli uomini puri, di quelli appena nati, di quelli che hanno capito.
«Maledetto…», mi dice. Ride.
Poi gonfia il petto e urla con tutto il fiato che ha in gola. Un verso che è dolore e risata. Non c’è nessuno che possa sentirlo. Allarga le braccia, mentre il vento gli appiccica la camicia addosso. Rimane così per qualche minuto. Infine sale di nuovo e riparte. L’azzurro del cielo di luglio è la culla di chi vuole tornare bambino.
«Sai qual è stata la cosa che mi ha fatto male davvero?», si asciuga una lacrima con il pollice della mano destra.
Il parco un tempo era inaccessibile. Dicevano che bisognasse stare attenti ai predoni. Adesso le autorità di Johannesburg lo curano, tengono lontani i disadattati, quelli che continuano a non avere niente. «Bisogna comunque stare attenti. Sono sempre in agguato. È facile usare un machete. E, ancora di più, accettarlo, dirsi che sia giusto…» sussurra mentre oltrepassa i cancelli. Segue la strada di ghiaia fino a un pioppeto. Si ferma all’ombra e rilassa le spalle sul sedile.
«Sai cosa ti dico? Che guardare insieme è l’unico modo di restare. Altrimenti siamo destinati a dimenticare, a scomparire. Invece io ho visto. Io e il mondo abbiamo visto insieme. Essere testimoni non è mai un male, è una responsabilità…»
Kevin si sporge verso i sedili di dietro. Rovista in una busta di plastica e tira fuori un tubo di gomma. Scende dall’auto. Lo sento armeggiare con la parte posteriore del pick up. Poi risale, lasciando passare un capo del tubo dal finestrino, che richiude fino a strozzare un poco la bocca ovale della gomma. «Noi abbiamo raccontato la verità. Abbiamo dato alla gente il ritratto del mondo. È questo quello che deve fare un fotoreporter, no? Prendere il veleno con gli occhi, portarlo a tutti…», si accende una sigaretta, «… solo che dagli occhi passa, scivola dentro… Sai qual è stata la cosa che mi ha fatto male davvero?»
Da bambino, gli piaceva giocare con la palla nel prato, vicino allo stagno. Di tanto in tanto si voltava a cercare la madre e non sentiva l’urgenza, l’arroganza. Non conosceva ancora la logica di chi non sa guardare lontano, di chi si appropria del mondo da solo.
Gira la chiave, il motore sobbalza e in un attimo l’abitacolo inizia a riempirsi di gas di scarico. Kevin chiude gli occhi. Sorride.
«Quando dissero che avrei potuto salvarla, quella bambina, invece di farle una foto… questo, mi ha fatto male davvero…»
Il cielo azzurro si incupisce di grigio. Kevin respira come se dormisse. Sente il sapore del rooibos, con una punta di zucchero di canna, e l’odore dell’Ilford Hypam in camera oscura. Riapre gli occhi. Mi fissa. Come splendono, i suoi occhi. Sono quelli di chi è tornato bambino.
«L’ho salvata, vero?», mi chiede.
«Sì…», gli rispondo. Poi aspetto.
Tornano le fronde nel silenzio.
Desiderio e speranza si ritrovano e sono fanciulli. Destinati a non morire mai.
Dopo la fine, scendo dall’auto.
Apro le ali.
E volo via.

©Alessandro Morbidelli, 2016

Kevin Carter (Johannesburg, 13 settembre 1960 – Johannesburg, 27 luglio 1994) è stato un giornalista e fotografo sudafricano, famoso per i suoi reportage sulle condizioni umanitarie in Africa negli anni ‘90. Fu tra i primi a documentare le crudeltà che la guerra civile aveva portato in Sudafrica. Ma fu l’esperienza in Sudan a cambiargli la vita per sempre. Vinse il Premio Pulitzer con la famosa foto della bambina che sta per morire, con l’avvoltoio in attesa alle sue spalle. Insieme ad altri fotoreporter sudafricani ha fatto parte del Bang Bang Club.
Sconvolto da tutto ciò che vide durante la sua carriera, morì suicida all’età di 33 anni.

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