Ispirazioni [2] di Alessandro Morbidelli

foto di Ester Hernandez

Ho chiesto una frase ad Alessandra Selmi. Una che sa quello che scrive, visto che è anche una delle migliori editor del globo terracqueo. Mi ha dato questa:
Niente è inquietante come la verità. La vita è una passeggiata dolorosa.
E così le strade di Milano, che lei descrive così bene nel suo “La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon” (Baldini & Castoldi, 2015), diventano sfondo per la mia storia. Mentre scrivevo il pezzo ho ascoltato in loop “How to disappear completely”, dei Radiohead. Una ventisettina di volte.

Cometa, da una frase di Alessandra Selmi

«Tu mi spezzerai il cuore, già lo so…» aveva detto Lui la prima volta che erano rimasti vicini abbastanza da scambiarsi i respiri. Era un giorno freddo, la pioggia scendeva come se il mondo fosse un premio e i fiati si palesavano gonfi di gelo. «Prometto di non farlo mai…» gli aveva risposto Lei.
Lui, uno dei più importanti avvocati divorzisti di Milano. Lei, una con lo sguardo di chi da Lui non avrebbe mai potuto pretendere niente. Loro, un assortimento da nascondere alla città.
Così adesso Lui cammina con il cappuccio del giaccone alzato, non perché sia freddo come quella volta. Non vuole che altri lo vedano accanto a Lei.
Sono le tre del mattino. Tardi, anche per discutere. Lei vuole percorrerla a piedi, la distanza tra la stazione della metro e l’albergo. A Lui tremano le gambe. Lei cammina con le mani in tasca.
«Questa è la zona più malfamata di Milano. Perché non chiamiamo un taxi?» dice Lui, illuminato dalla luce rosa di una vetrina e incupito dalle risate vivaci di due ragazzi di colore. Lei osserva i loro denti bianchi e sorride. Prova a immaginare l’Africa e le vengono in mente i tramonti. «Hai mai visto i leoni sbadigliare?», gli chiede. Lui si stringe nel cappuccio ancor di più. «È un modo carino per dirmi che ti ho rotto i coglioni?», le dice. Lei lo guarda e gli passa un braccio intorno al fianco. «Ma che dici…»
Attraversano la strada anche se il semaforo è rosso. Si fermano però allo spartitraffico. Dalla seconda corsia arriva un’auto lanciata. Il guidatore suona il clacson, la targa è rumena. «Te l’avevo detto io che questo è un quartiere di merda…» dice Lui muovendo la testa a destra e a sinistra, a sbirciare fuori dal cappuccio, manco fosse a un torneo del Grande Slam. «L’albergo è carino…» dice Lei ripensando alla sua prima auto. Il concessionario le disse che l’avrebbero rivenduta nell’est Europa.
All’imbocco della seconda laterale, due giovani trans, alte quasi due metri, mescolano il colore della propria pelle alla notte. Spiccano gli occhi, truccati come quelli di regine egizie. Sporgono seni, gonfi, pieni, ostentati. Scendono piano, i pomi d’Adamo, sotto i menti.
Lui stringe il braccio di Lei. «E adesso?» chiede con un filo di voce. Lei si perde in quei corpi e li ammira. Non li desidera, li venera. Perché ogni loro passo sa di vittoria. Contro chi li ha messe nel corpo sbagliato. «Adesso cosa?», gli risponde. Lui abbassa la testa e sta zitto.
Continuano a camminare, ma Lei non sembra davvero avere fretta. Milano è viva. Poco rumorosa, ma attenta. Così è impossibile non innamorarsene. Lui, invece, non vuole altro che una stanza.
Arrivano finalmente all’albergo. Lui osserva l’insegna e storce la bocca. «Di sicuro nessuno si aspetterebbe di trovarmi qui…» dice con una certa soddisfazione.
Salgono indisturbati. Alla reception, il cinese sonnecchia di fronte a una piccola tv. Li osserva passare e non dice niente. Quando arrivano alla porta, Lui aspetta di entrare prima di baciarla. Le lingue si trovano. I respiri, di nuovo, come quel giorno freddo, sotto la pioggia.
Poi Lui si guarda intorno. «Certo, in quanto a classe…», ma si ferma di fronte a due trolley. Sorride e gli si velano gli occhi. Perché ricorda le parole di Lei. “Preparo due valige e partiamo, io e te”.
«Che scema…» dice con un filo di voce, «… io non posso partire, lo sai.»
Lei apre la porta del bagno e lo invita a entrare. Lui sorride: «Vuoi farlo sotto la doccia?» e mentre si avvicina lascia cadere la giacca e si slaccia i bottoni della camicia. Cerca subito la doccia, ma non la trova. È tutto coperto da teli di plastica. Non fa in tempo a dire niente, perché il bruciore al fianco lo soffoca. Si volta senza capire come sia possibile sentire il mondo mordere ogni centimetro del corpo, in quel modo osceno. Lei lo osserva e Lui vede nei suoi occhi l’amore. Poi la lama del coltello entra ed esce altre infinite volte nell’addome, fino al fendente, l’ultimo, alla gola.
Due ore dopo, Lei cammina con i due trolley lungo la strada. Attraversa con il rosso diverse volte. Poi arriva di nuovo nei pressi delle giovani trans. Si ferma per riprendere fiato proprio accanto a loro. «Avete mica una sigaretta?» chiede. Si avvicinano entrambe. «Ne fumiamo una anche noi…» dice quella con il sorriso più malinconico. Così sono in tre, intorno a un cerchio di fiati e di respiri e di fumo. Tutto sale. «Dov’è il tuo amichetto di prima?», chiede quella dallo sguardo più ingenuo.
«Un po’ nel trolley di destra. Un po’ in quello di sinistra…»
Ridono. Tutte e tre.
«E tu dove vai a quest’ora?», le chiede quella dal pianto meno recente.
«Faccio una passeggiata…», risponde Lei mentre si avvia lungo il viale.
«La vita è una passeggiata dolorosa…», le dice quella che sente ancora l’amaro in bocca.
Ma Lei è già lontana. Se incontrerà i ragazzi di colore vicino alla vetrina rosa, già sa cosa fare.
Chiederà una sigaretta e dirà loro di essere una cometa.

© Alessandro Morbidelli, 2015

2 Comments

  1. GIULIETTA DEGLI SPIRITI Rispondi

    La cosa più inquietante per chi legge è che quando lei si sta fumando la sigaretta, in quel gruppetto di anime raffazzonate, ci si sente stranamente felici, come se si fosse lì.
    ispiratrice o scrittore devono essere un po’ maghi.
    un po’ tanto assai.
    J.

  2. Antonella Rispondi

    direi che mago è lo scrittore morbidelli, in questo caso, perchè il racconto è il suo. ma leggerò anche il romanzo di alessandra selmi che parla di clochard se non sbaglio. bella nuova rubrica e bellissimo racconto alessandro!!!!!

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