Incroci [4] di Antonella Zanca

foto di A. Zanca

foto di A. Zanca

INCROCIO DI CIELO

Il rumore è acuto, la sega circolare lascia spazio all’immaginazione, le impalcature e i teli di protezione fanno indovinare le sagome di chi lavora, ombre sicure che si muovono con grazia, lassù, da dove arriva il trambusto.
Il cielo è terso.
La polvere che si era depositata grazie alla pioggia dei giorni scorsi, ricompare sul viottolo, a sporcare scarpe nere che sembrano attirarla, a ricordare che non esistono solo le strade asfaltate.
I due uomini si passano la voce sui lavori da fare; il dialetto, urlato, è ancora più bello, sa di casa e di affetti.
Uno delle due sagome spunta da uno strappo del telo che copre la vecchia casa in ristrutturazione: una gran testa di capelli bianchi brilla contro l’azzurro.
“Eh, fai presto te, a chiamare: <<Luis!!!Luis!!!>> urli e ti muovi come un fiulet, un ragazzino…Ma le hai viste le mie gambe? Te guardàà ben? Già la Lucia la rideva de mi, mi prendeva sempre in giro, de giuin, quand’ero giovane, per le mie gambe storte, ma le vedi, adesso? È il peso del lavoro, el laurà, è la forza che mi è servita per caricare e scaricare i secchi da malta, tutto il peso dalla schiena alle gambe, che tra un po’ non ce la faranno più. E tu urli:<<Dai, passa la molta>> come se fosse facile. Vusa vusa, urla pure. Ormai, per me, non c’è più niente di facile. Sono quarant’anni che lavoro, ma ne devo lavorare ancora altri dieci, per arrivare alla pensione, perché quando ero giovane mica tutti mi hanno pagato i contributi, che stupid che seri, e papà mi mandava lo stesso, era contento di vedermi lavorare. E adess, anche peggio, sembra che debba ringraziare per ogni giorno che passo quassù, ormai nessuno vuole più assumere chi ha più di cinquant’anni. Un vecch. Un bel rebus. Noi, i vecchi, a elemosinare lavoro. Voi, i giovani, a elemosinare contratti.
Resta questo cielo, che guardo ogni giorno. Varda che bel che l’è. Ghel disi, glielo dico, alla Lucia, alla sera, a lei che deve lavorare in quel grande edificio di cemento, grandi spazi da fuori e poche finestre, dentro, tutte dedicate agli uffici dei capi.
Lei, davanti al computer tutto il giorno, ha voglia di cielo. Io, verso il cielo tutto il giorno, ho voglia di una sedia. Setam giò, sedermi, ogni tanto.
No, la vita non è sempre giusta, ma noi non sappiamo quale sia il giusto, facciamo solo quello che siamo capaci di fare. Tu ora lo fai meglio di me, ma non importa. Andiamo avanti, tiremm innanz, che qui siamo capaci, nel cielo e nella polvere.”

© Antonella Zanca, 2016

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