Incroci [11] di Antonella Zanca

© ph. A. Zanca

GIOCHIAMO, TI PREGO, GIOCHIAMO!

Maggio fresco e ricco di pioggia, a Milano. Marciapiedi grigi lucidi e splendenti come vecchie armature medioevali ripulite dallo stalliere di turno.
Persone di ogni genere si avviano con passo veloce verso attività programmate, scuola, lavoro, spesa, incontri.
Gli adulti hanno in mente liste di cose da fare, i bambini seguono i ritmi dei grandi, piccoli soldati, in fila, ognuno nella sua compagnia, dove le regole sono sempre le stesse, anche se sembrano diverse tra loro.
La pioggia è di quelle che lasciano scelta: si cammina con l’ombrello, con un cappello, e c’è chi non desidera ripararsi.
Una famiglia cammina verso la scuola d’angolo, la mamma indossa vestiti lunghi, colorati, come il velo che le copre il capo. Il figlio più grande trascina uno zaino con le ruote, traballante, rischia di ribaltarsi ad ogni svolta. Il fratellino più piccolo, ombrello aperto appoggiato alla spalla, cammina all’indietro, in silenzio.
La madre è seria, mormora qualcosa velocemente, in una lingua che chi passa accanto a loro non capisce, ma che i due fratelli paiono comprendere bene, mentre si lanciano una lunga occhiata.
“Fatir perché non capisci, perché non vuoi giocare con me? Tra dieci minuti entri a scuola e io rimango solo con la mamma, oggi la materna è chiusa, devono fare delle cose, una parola difficile, ristr-ristrut- ah, sì, ristrutturare. La mamma l’hai vista anche tu, è da stamattina che non apre bocca, non sorride, bisbiglia in arabo, tu lo sai che io faccio fatica a capirla, lo sai come si arrabbia papà perché io parlo sempre in italiano, ma l’arabo è difficile e poi tutti i giorni la maestra Marisa mi parla in italiano e anche gli altri bambini parlano italiano, l’arabo lo parla solo papà.
Ma tu lo sai perché la mamma è così, oggi? Ma perché neppure tu hai voglia di parlare? Io voglio giocare, dai giochiamo a camminare all’indietro, è un gioco pericolosissimo, lo sai che mi piacciono i giochi pericolosi, a volte chiudo gli occhi e fingo di essere invisibile, di passare attraverso i muri, qui se cammino all’indietro lo so che potrei sbattere contro i pali della luce, e poi chissà, mamma a quel punto parlerebbe, niente bisbigli, tirerebbe fuori tutta la sua voce, per sgridarmi, come fa sempre quando io voglio fare qualcosa di divertente. Oh, dai, Fatir, gioca anche tu. Facciamo che io cammino all’indietro per un numero di passi che decidi tu, e se non sbatto da nessuna parte vinco una figurina. Oppure un piccolo dinosauro di quelli che hai nella scatola sotto il letto. Dai, giochiamo, che io sono stufo di fare il bambino buono e serio, guarda come sono bravo a saltellare, guarda, non mi bagno neppure i piedi, non ci sono pozzanghere, rischio solo coi pali, ma dovrei ricordarmeli a memoria, facciamo questa strada tutte le mattina.
Le altre mattine però la mamma sorrideva. Ti ricordi quando cantava? Che poi ha smesso perché la signora Gina le ha detto che i vicini non erano contenti, che dava fastidio. Ma Fatir, come può dare fastidio una mamma che canta? Ma lo sai che la mamma di Matteo, il mio amico, non canta mai? Lui dice che solo la radio canta, le persone vive no. Ma dai, ma noi chi siamo allora? E quando io e te cantiamo le canzoni che ci ha insegnato papà da piccoli, allora? E quando tu urli e io ti faccio il verso? Cantare è bellissimo, anche saltellare nella pioggia è bellissimo, ma tu stamattina non mi guardi, non canti, non giochi, non parli, ma cosa avete voi due? Ehi, ci sono anch’io, ehi, dai, dimmi un numero, dai, guardami, chiudo anche gli occhi.
Fatir? Non parli da ieri sera. E neppure la mamma. Ma me lo dici cosa ha detto papà quando è tornato dal lavoro? Dimmelo adesso che tra poco entri a scuola e io come faccio, la mamma non parla, tu non parli e papà è andato via presto, stamattina. Non era vestito come al solito, aveva il vestito di quella volta là, quando zio Umar ci ha invitati al ristorante perché tornava a casa, in Pakistan.
Oh, Fatir, non è che anche noi torniamo in Pakistan, vero? Io non ci voglio andare in Pakistan, proprio no. E mi sa che neppure tu vorresti andarci. Andarsene lontano da Matteo? No, dai, proprio adesso che ho scoperto la torta di mele che fa sua mamma, che da noi non la facciamo mica così, la torta di mele, ma la sua è buonissima. E lei ha dei capelli biondi così fini e pieni di luce.
Ma stamattina non c’è niente di bello, non mi lasciate giocare, non parlate.
Dai Fatir, gioca con me, io mica lo capisco cosa succede, ma le vostre facce mi fanno paura, io non voglio avere paura, non voglio più avere paura, ho Matteo e la maestra Marisa, e anche la signora Gina.
Fatir, se voi andate via, io scappo, corro a casa di Matteo, mi nascondo in un armadio, resto lì finché siete andati via e poi la mamma di Matteo può diventare la mia mamma. Così le insegno a cantare.
Ma oggi a me viene da piangere, non mi viene di cantare.
Dai, Fatir, ti prego, gioca con me.”

© Antonella Zanca, 2017

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