Incroci [10] di Antonella Zanca

© ph. A. Zanca

IL FALLITO

Dell’uomo si notava solo il giubbotto imbottito nero, allacciato fino al mento.
Seduto sulla panchina, osservava il mare.
Il sole, alto e brillante, offriva il meglio del calore di primavera.
Intorno, persone di tutte le età scoprivano gambe e braccia. Il bianco della pelle rifletteva i raggi del sole, il nero del giubbotto di piuma li assorbiva.
“Nella vita, ho sbagliato tutto: sono un fallito cronico, dice zia Ninì.
Non sono neppure capace di vestirmi, da quando non c’è più mamma a prepararmi in modo ordinato, un capo dopo l’altro, in fila, tutti i pezzi da indossare, dal primo all’ultimo.
Ora che mi vesto da solo, a casaccio, succede che dimentichi qualcosa. Me ne accorgo, dopo, ma è quasi sempre troppo tardi.
Ieri ho scordato le calze, e mi facevano male i piedi. A sera, ho visto che c’era una vescica: una bolla grossa, traslucida, con sfumature rosa intenso, liscia, concava, usciva dalle dita dei piedi come se volesse nascere a vita propria, mi ricordava quei filmati della moltiplicazione delle cellule. Bruciava, dovevo fare qualcosa, non c’era la mamma a consigliarmi e allora ho fatto una cosa d’istinto, forse avevo anche un ricordo, non so. Ho visto il cestino dei rammendi di mamma e l’ho aperto, ho preso un ago e con un colpetto deciso ho bucato la bolla. Subito è zampillato un liquido trasparente, era bellissimo ed io ho sentito dentro la pancia, anzi, un po’ più su, un gran calore, come quando bevo la cioccolata e mi piace da morire.
La bolla si è sgonfiata, lasciando una pellicina semimorta e molliccia, ripiegata su sé stessa. Ho passato la sera ad osservarla, sembrava proprio voler fare di testa sua, la guardavo e le respiravo addosso e lei si raggrinziva, si seccava sui bordi, e allora io la accarezzavo e la lisciavo, anche se mentre lo facevo sentivo un pizzicorino proprio lì, sul dito. Ma anche da altre parti: la pelle delle braccia sembrava rabbrividire da sola e se mi guardavo in controluce, vedevo i peli piccoli in fila, precisi, ordinati, dritti dritti.
A sera tarda, la pelle era secca, non mi pizzicava più e sembrava tutto a posto.
Stamattina, poi, tutto da capo: cosa mettermi? Ho fatto le mie scelte e sopra tutto ho messo questo giubbotto che mi piace tanto e l’ho allacciato ben bene; mamma mi diceva sempre che non si va in giro con i giubbotti e le giacche slacciate, che altrimenti a cosa serve metterle se poi si lascia entrare l’aria?
Mamma credeva che l’aria fosse cattiva. Io non lo so, so che mi piace sentirla addosso.
Ora, con il mio giubbotto, ho tanto caldo, e sento alcune gocce che scendono sotto le braccia, dentro ai vestiti, sono io che gocciolo, mi piace, sembra che nasca qualcosa, proprio da me, e credo che se qualcosa nasce è roba buona, forse così non sono un fallito del tutto, anche se lo zio Sergio quando mi incontra me lo dice sempre, che non valgo niente. Io non voglio valere, io voglio stare qui, e sorridere, e stare bene.
E voglio fare come gli altri. Voglio sentire il sole sulla pelle, anche se la mia pelle è grigia e blu, non come quella di quei bambini lì, che la pelle ce l’hanno rosa.
Mi tolgo le scarpe, anche le calze, che oggi ho messo, ma per togliere la calza della vescica faccio fatica, non vuol venire. Ahia, ho tirato, e la pelle secca è rimasta attaccata alla calza. Lo guardo, il mio dito del piede: esce una goccia rossa, scura, e cade adagio sulle piastrelle di questo posto bello di fronte al mare.
La guardo, rotonda e lucente, sul pavimento bianco. Non sento niente, non mi pizzica più niente, non ho male, non ho caldo, non ho freddo, non sento più nemmeno i rumori, le parole della gente.
Sono lì e guardo la mia goccia.
Sto diventando bravo. Tante gocce escono da me. Quelle dentro il giubbotto le sento scorrere.
Questa del colore che preferisco, è nata da me ed è caduta lì, vicino al mio piede.
Non sono più un fallito.”

© Antonella Zanca, 2017

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