Il passo del bradipo (ovvero le avventure di Brady) [3] di Nicoletta Vallorani

Mystic Brady

La vita di Brady non è mai stata benedetta dalla sorte, che, lo si sa, è una zoccola, e non ama i perdenti. Brady non ha un temperamento filosofico e dunque non ha mai capito se uno è detestato dalla buona sorte perché perdente o è perdente perché è detestato dalla buona sorte. A volte, si avviticchia a cercare di dipanare l’arcano, ma di solito è colta da violente vertigini e dopo finisce che vomita. Perciò, molti anni fa, ha deliberato di accettare questo infame corredo genetico, tranne poi imbufalirsi ogni volta che la sfiga le regala una perla da aggiungere al già copioso diadema delle sue sventure.

Tra le disgrazie di Brady c’è quella di aver avuto una educazione rigidamente cattolica. Quest’ultima ha una curiosa vitalità: anche quando schiacciata, polverizzata, sciolta nell’acido risorge fulgida in forma di dubbio. Il dubbio, tuttavia, ha una forma curiosa, e in questi giorni si è trasformato in luminosa certezza: l’essere supremo, il divino capoclasse, il kapò sempiterno non solo gioca a dadi, ma probabilmente si ubriaca in modo sistematico e in quelle condizioni distribuisce i suoi doni. Brady, che non è divina né ubiqua né una e trina, ha un rapporto complicato con l’essere mistico e ubriacone che governa le umane sorti. Chiunque esso sia e comunque si chiami.

Brady non ha proprio idea di come ci si rivolga al coach sempiterno. Però oggi ha guardato la TV, letto il giornale, guardato le foto degli affogati, esaminato le parole dei politici, perfettamente sovrapponibili a quelle di coloro che li hanno preceduti, riguardato il giornale, scovato una quantità di tragedie indicibili, e ha ripensato alla sua vita costellata di piccole sfighe e ne ha concluso che alla fine non le va così male. Quindi decide, nel buio della sua stanzetta, di rivolgersi al coach sempiterno. Sempre che ci sia. Comunque si chiami.
«Disturbo?»
«Sempre.»
Brady non è abituata a che le rispondano gli umani: figuriamoci i divini. Si scuote, guardandosi intorno nell’oscurità impenetrabile della sua stanzetta.
«Sono cieca!»
«E’ buio, deficiente. E ho smesso da alcuni millenni di fare quel genere di miracoli.»
«Detto questo … »
«Sbrigati che ho da fare.»
Brady ha un improvviso quanto inutile rigurgito di dignità.
«E che accidenti hai da fare?»
«Le sorti.»
Brady decide di socializzare: può essere una buona strategia.
«Come va coi dadi? »
«Poker. Ci siamo evoluti, cocca. »
«Perché parli al plurale? »
«Ti risulta che si possa giocare a poker da soli?»
«Chi vince?»
«Io. Quindi? »
Brady pensa: è il momento di venire al punto. Non menare il can per l’aia. Non cazzeggiare. Ooops: niente parolacce.
«Senti, eccellenza… »
Silenzio.
«Onorevole? »
Silenzio.
«Supremo?»
«Meglio. Anche se siamo lontanissimi dal dovuto rispetto. Che vuoi, sgorbio?»
«Perché non ti guardi tu? »
«Ho un sacco di cose da guardare, cocca .»
«Ecco, bravo: e guarda che casino hai combinato. Poveracci che affogano. Politici che parlano. Cadaveri imbustati e tutte queste belle amenità. Che guardi? Eh? Che guardi?»
Brady ammutolisce, meravigliata fino alla paralisi dalla sua inusitata aggressività.
«E io che c’entro, cocca? Fate tutto da soli, voi. Che ognuno si assuma la sua responsabilità.»
«Ma non eri … come si dice … il padre … quello … »
Brady ammutolisce. Gli sembra quasi di sentire l’odore della canna che il sempiterno evidentemente si sta fumando: niente proibizionismo in paradiso.
«Tu e i tuoi amici siete un po’ cresciutelli per aspettare il mio intervento, cocca. E poi, senti, sono vecchio. Sempiterno ma vecchio. Capisci, mi sono meritato la pensione, no? »
«Già. Niente tagli dalle tue parti? »
«Eh? »
«Senti, mister …»
«Che c’è? »
«’fanculo, mister. »
«’fanculo tu, cocca.»
Nel buio, Brady delibera che forse è meglio restare atea.

©Nicoletta Vallorani

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