Il passo del Bradipo (ovvero le avventure di Brady) [21] di Nicoletta Vallorani

 

© Rilassati, di Stefania Morgante

© Rilassati, di Stefania Morgante

Brady Birthday

Caro bradydiary,
alla fine, un altro anno è passato. Più o meno dal mio quarantesimo compleanno,  ogni nuovo genetliaco sembra essersi infilato giusto dietro il precedente, il che, tecnicamente, mi ha impedito di prendere atto dell’invecchiamento.  La mia anima continua a sentirsi un virgulto, anche se il mio corpo rotola festosamente verso la terza età. La boa, però, è superata, caro mio; gli anni d’oro son transitati, e ci sarà pure un motivo se nelle ultime settimane ben tre volte hanno cercato di cedermi il posto a sedere in metrò. L’ultimo volontario gentiluomo l’ho azzoppato senza rimorsi, per dimostrargli che lui aveva bisogno di star seduto. Però sta di fatto che è successo.
Va bene, mettiamo pure in conto che le ultime tre settimane sono state orribili. E riepilogarle, non mi riesce di ricordare non dico una giornata, ma neanche sei o sette minuti di fila senza ansia. Ho infilato appelli d’esame superaffollati e in 20 giorni lavorativi devo aver esaminato qualcosa come 300 studenti, di cui un’ottantina in replica, con superamento dell’esame per sfinimento. Ho attraversato momenti di stupefazione profonda ascoltando qualcuno che azzardava una collocazione di Mark Twain nel tardo ‘900 e ipotizzava una decisa opposizione di Joseph Conrad a Margaret Thatcher. Ho risposto a mail nelle quali mi si chiedeva se il programma postato online era VERO, come se mi divertissi a depistare gli studenti. A volte,  mi sono quasi commossa ad ascoltare l’esame strepitoso di una signorina coi capelli verdi e l’anello al naso e quello inimitabile di un ragazzone con lo chignon, montagne di muscoli e un braccio integralmente tatuato, esibito in maglietta a maniche corte quando nell’aula c’era -3. Mi sono smarrita più volte nei meandri della mia sede di lavoro in cerca dell’aula del mio appello, aula che in un caso è cambiata 3 volte nel corso di una sola giornata, costringendo docenti e studenti a entusiasmanti caccie al tesoro, capaci di temprare il corpo e lo spirito, e di creare il sano cameratismo che è il terreno ideale dell’apprendimento.
Ho avuto una crisi di emicrania durata una settimana, ma non mi preoccupo, perché il mio medico – che deve aver comprato la laurea alla supermarket – dopo avermi interrogata più volte per indovinare quale fosse la mia diagnosi giocando al gioco dei mimi, e dopo aver cercato di estorcermi una lista di medicinali possibili, ha detto che con l’emicrania bisogna avere pazienza. Mi preoccupa un po’ il fatto che sto prendendo da 6 giorni un medicinale che al quarto giorno può provocarti buchi nell’intestino, ma non importa. Ho anche qualche allucinazione, ma era sicuramente un fatto vero quando ieri mattina una studentessa ha poggiato il suo zainetto nel centro dell’aula e poi è uscita in corridoio, dove ha pensato bene di avere un attacco di panico con convulsioni, durante più o meno 37 minuti, durante i quali ogni singolo studente e docente presente nella mia sede di lavoro si è sentito in dovere di formulare la sua diagnosi, mentre la malcapitata si torceva sul pavimento. Credo di aver perso completamente le staffe quando una tipa che forse insegna psicologia si è accucciata accanto alla ragazza in preda alla crisi di pianto e alle convulsioni e le ha detto, con piglio deciso: – Guarda che la devi smettere. Sennò magari muori. –
L’ha ripetuto tre volte, finché un bidello che è senza dubbio più intelligente di tutti noi l’ha presa per un braccio e l’ha portata via. Credo che l’abbia chiusa a chiave in un bagno, per impedirle di fare altri danni alla psiche già malconcia della ragazza in preda al panico.
Dei 3 esami successivi non ricordo una cippa, e credo di aver messo i voti a vanvera, ma del resto, non insegnando ingegneria nucleare, non mi sento tanto in colpa. Se sono sopravvissuti i docenti che hanno laureato il mio medico di base, posso farcela anch’io. Non so per quanti anni, ma per adesso contentiamoci di farcela ora. E facciamo conto che anche quest’anno gli anni siano 41, e godiamoci la festa.
Fammi gli auguri, Bradydiary, che me li sono meritati.

© Nicoletta Vallorani, 2015

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