Il passo del bradipo (ovvero le avventure di Brady) [15] di Nicoletta Vallorani

 

© Rilassati, di Stefania Morgante

© Rilassati, di Stefania Morgante

Brady e il Summer Diary

Caro bradydiary,

alcune circostanze specifiche di questa strana estate mi hanno condotta a resuscitare la pratica adolescenziale del diario: il rischio che noi tutti si proceda versa una glaciazione, con la conseguente conservazione in freezer del genere umano, mi ha convinta che è necessario che io lasci una traccia. Siccome non ho interlocutori, non mi resta che parlare col mio amico immaginario, cioè tu. Sai, tutti abbiamo bisogno di amici, soprattutto del genere di quelli che stanno zitti e non contraddicono ogni cosa che dici per dimostrarti quanto sono utili.

E’ il 16 di agosto e sono in vacanza in Corsica. E’ bello, perché è come essere in Islanda, ma il viaggio per arrivarci mi è costato molto meno.

Ho un problema di abbigliamento. Andando al mare, ho portato: 3 pantalocini corti, tutti bruttissimi e leggerissimi; 4 cannottierine “fescion”, leggere come garza; una felpina lunga fino all’ombelico, perché non si sa mai; 3 infradito e 4 paia di calzini (inutili, perché com’è noto le infradito col calzino sono difficili da mettere); la maschera (graduata, perché non ci vedo), il boccaglio e le pinne.

Un solo paio di occhiali (perché a cosa vuoi che servano gli occhiali da vista nuovi in un posto di mare?).

Ho subaffittato una stanza in una casa bellissima, senza riscaldamento e con un grande giardino, con tre amici sub (subacquei, please: non subnormali; la subnormale del gruppo sono io). Oggi è il quinto giorno di vacanza, e ci sono 15°. A Minsk, sarebbe una temperatura meravigliosa, ma in Corsica vengono fuori i lupi, perché si confondono e pensano che sia tempo di caccia.

Stamattina ho provato a uscire in pantaloncini (un solo paio). Poi sono rientrata e me li sono messi tutti e 3, uno sopra l’altro. La temperatura delle mie chiappe è migliorata, ma le mie gambette continuano a essere violacee. Per di più, coi calzini, ho fatto un po’ fatica a mettermi le infradito, e ne ho rotto un paio. E’ un peccato, perché le avevo comprate solo sei anni fa a Rodi, di seconda mano, e avevano delle meravigliose decalcomanie della bandiera greca, alle quali ero molto affezionata. Comunque, per non rompere anche le altre due infradito, ho messo le pinne: è fastidioso camminarci sul ghiaietto, ma almeno avevo i piedi al caldo.

Appena alzati, ci siamo radunati tutti intorno al tavolo per la colazione, in giardino, e abbiamo fatto una riunione per definire il piano della giornata. Dopo però il gelo ci ha addormentato il cervello, e siamo dovuti rientrare. I 3 sub, una volta in casa, si sono infilati la muta, credo per stare più caldi. Ho chiesto se potevano prestarmi una muta, ma mi hanno risposto che della mia taglia non è prevista: sono un po’ offesa. Comunque loro sono stati educati: mi hanno detto che stavano scherzando e che la muta l’hanno messa solo perché volevano fare immersioni, visto che per la prima volta non era prevista una mareggiata. “Certo”, hanno aggiunto, “ci sarà il problema di disincagliare il gommone dal porto, ma con alcuni litri di acqua calda ci si dovrebbe riuscire”.

Sono partiti, con le bombole e il bollitore a pile, salutandomi come se non dovessero rivedermi mai più. Io, a dire il vero, non li vedevo proprio, perché i miei unici occhiali da vista un tempo erano fotocromatici, ma adesso sono solo scuri, e dato il pallore imprevisto del sole, non ci vedevo una cippa. Li ho salutati con la manina, sperando di essere orientata nella direzione giusta.

Dopo, avvolta nel mio asciugamano di microfibra e con le masserizie in spalla, sono scesa in spiaggia, dove ho tentato di piantare il mio micro-ombrellone. Ma c’era vento. Ora ho solo lo scheletro dell’ombrellone, perché il telo è stato rapito dalla tempesta e svolazza dalle parti dei nidi dei falchi, che probabilmente ci costruiranno una tendina canadese per ripararsi dalle intemperie. Ho tentato di raccogliere conchiglie, che in Corsica sono di dimensioni infinitesimali. Siccome con gli occhiali fotocromatici non ci vedevo, mi sono messa la maschera graduata. Il boccaglio no, anche se probabilmente sarebbe stato utile.

Avresti dovuto vedermi.

Coi pantaloncini sovrapposti e la maschera sulla spiaggia deserta spazzata dal vento sembravo una versione postmoderna della donna del tenente francese: Meryl Streep, al mio confronto, non è nessuno.

Sono rientrata a casa presto con il mio bottino: 3 conchigliette minuscole da riportare a Milano, dopo averle contese con una tostissima bagnante corsa che le voleva per sé (del carattere delle donne corse ti dirò un altro giorno).

Poco dopo, sono tornati anche i sub dall’immersione, che non hanno fatto perché dopo due ore di lavoro, armati di bollitore a pile e palette, sono riusciti a salpare ma sono arrivati solo a 10 metri dal porto prima che il motore desse forfait. E comunque avevano deliberato di non bagnare la muta, che è l’unico indumento pesante che hanno a disposizione. Erano anche un po’ ubriachi, perché il freddo li aveva indotti ad abusare delle fiaschette alcoliche che si erano portati appresso per precauzione. Una dei 3 cantava festosamente estratti da Jesus Christ Superstar, sollevando ritmicamente il braccio sinistro, e minacciava di andare avanti per tutta la notte. E’ stata tramortita con le posate di legno per il couscous.

Siccome è estate, avevo preparato per cena una gustosa insalata di riso, che però poi abbiamo messo sul fornello per scaldarla un po’, dato che la temperatura era scesa a 13°. Abbiamo mangiato in giardino, di nuovo, a lume di candela, con una miriade di insetti confusi che si suicidavano buttandosi eroicamente tra le fiamme. E’ stato molto romantico. Direi, primitivo.

Abbiamo mangiato e bevuto. Bevuto soprattutto, che il vino scalda. E quando ci siamo separati, per convergere ciascuno verso la propria stanzetta, credo che abbiamo considerato tutti la possibilità di ammucchiarci in un unico spazio, per sviluppare calore umano. In questo clima natalizio, anche il bue e l’asinello sarebbero stati bene accetti. Ma alla fine eccomi qui, sempre con tutta la mia valigia addosso, nel mio lettino con un lenzuolino e un copriletto di ciniglia, a cercare di sentire il frinire delle cicale, che devono essere morte tutte di freddo, perché non se ne sente una.

Speriamo che domani vada meglio, caro bradydiary. Ora mi tolgo la maschera e spengo la luce. Dormi bene anche tu, e vedi di non congelare durante la notte. Come farei in questo gelido mondo senza di te?

©Nicoletta Vallorani

 

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