Il passo del bradipo (ovvero le avventure di Brady) [12] di Nicoletta Vallorani

Professor Brady – II

Questa è la seconda puntata della brady-narrazione che è iniziata con Fargo Brady: ancora la trasfertina americana rititolata e continuata. Brady non lascia le cose a metà: tutt’al più, ci mette tempo, cambia i titoli, riassortisce i personaggi e s’innamora di nuove storie. Che tiene via, per poi raccontarvele.

Brady è sopravvissuta al week end alcolico. In questo paese che produce bourbon come se piovesse e lo consuma quando nevica e quando c’è il sole, rifiutare il bicchierino della staffa è impensabile. Peccato che Brady regga alcolici e psicofarmaci nello stesso modo: o la fanno ridere a sproposito o la fanno dormire. Raramente le è successo come ieri sera, che è riuscita, sul divano del suo ospite, a dormire ridendo. Beccheggiando in preda al delirio alcolico, è stata direzionata verso il suo letto, in un pittoresco “attic” in cima alla casa, ingombro di giocattoli dei numerosi figli del suo ospite. Brady non se n’è accorta, ma ha dormito su un brontosauro, tre dinosauri e un camion dei pompieri acceso. La morbida ciccetta che la fascia ha attutito lividi e colpi, ma non le era mai successo di avere su un morbidissimo fianco la decalcomania di una scala dei pompieri. Se la guarda nello specchio del bagno, cercando di non precipitare nella vasca, mentre sta in equilibrio sul minuscolo sgabello a forma di Bart Simpson, e si consola, pensando che meno male che non ci ha poggiato la faccia, su quel coso: altrimenti la decalcomania ce l’avrebbe stampigliata sul viso.

Bene, via così: affrontiamo la giornata. Che prevede, nell’ordine:

  • Colazione americana assortita nella cucina della casa: un luogo freddissimo, riscaldato ad aria attraverso un bocchettone sul pavimento, sul quale si ammucchiano i primi membri della famiglia che si alzano. I ritardatari surgelano intorno al tavolo, e vengono poi sbrinati, a turno, appena la postazione riscaldata si libera.

  •  Vestizione a strati, comprensiva di cappello, paraorecchie, occhiali (se fossero di pelouche sarebbe meglio: più caldi), giacca, sottogiacca e sovraggiacca, pantaloni della tuta con sopra i pantaloni da sci. Scarpe. Guanti (due paia). Calzettoni in numero variabile, e ginocchiere da pallavolo. Praticamente Brady ha addosso tutta la valigia: non ha idea di cosa metterà domani.

  • Uscita con recupero macchina. Quest’ultima, va precisato, è parcheggiata in strada. Il che vuol dire che non è solo coperta di neve, ma la neve è del tutto congelata. Bisogna tagliarla in cerchi come si fa coi laghi dove si va a pescare. Solo che sotto il ghiaccio non si trovano i pesci, ma i tergicristalli.

  • Attraversamento della città a passo d’uomo e in volo cieco: il parabrezza è stato sbrinato solo in forma di feritoia. Il campo visivo è quello che dalla sua cella ha un detenuto di San Quentin.

  • Arrivo al campus, con attraversamento del parco che sembra la foresta delle fate del ghiaccio (e nella quale si aggirano studentesse che devono avere genitori pinguini a giudicare dal modo discinto in cui van vestite con questo freddo), e infine approdo al Dipartimento.

Brady non riesce a ricordare nulla delle presentazioni ai colleghi americani. A posteriori, avrà vaghi ricordi di strette di mano tiepide, alle quali è rimasta aggrappata per un tempo infinito, nell’illusione di riuscire a scaldarsi. Solo dopo un paio d’ore, ricomincia a connettere lentamente, ma abbastanza da farsi prendere dal terrore, perché si rende conto che il momento della sua lezione ai dottorandi di Humanities è ormai molto prossima.

A questo punto, Brady passa da uno stato semicatatonico al delirium tremens da ansia. Senza fasi intermedie. Sono shock indimenticabili.

Sotto lo sguardo stupefatto del suo collega e ospite, Brady comincia a estrarre dallo zainetto materiali di ogni tipo: un dattiloscritto di 78 pagine (perché non si sa mai: anche in una lezione di 3 ore, può darsi che qualche dettaglio ti sfugga), penne di vari colori, un portatile, un ipad (in prestito, perché Brady non ce l’ha), un pupazzetto portafortuna (durante l’estrazione del quale, Brady intercetta lo sguardo perplesso del collega e si abbandona a una risatina isterica), cartelline di plastica di vari colori, una bottiglietta d’acqua, caramelle per l’alitosi, 3 DVD, una pennina USB ed è molto strano che non estragga anche un aspirapolvere.

Quando Brady ritiene di aver tirato fuori tutto quello che può servirle, la sua presenza è praticamente nascosta da una trincea di oggetti. Da dietro la cattedra non vedrà mai gli studenti, il che può anche essere un bene.

Ma non è cortese.

Così Brady snellisce appena un po’ i materiali, mentre i dottorandi si sistemano in cerchio, nella piccola aula. Brady li sbircia: sono di tutte le età e di ogni stile. Etnie mescolate e vestiti che fanno pendant. In generale, Brady è rassicurata dallo stile informale “campo rom” che sembra nettamente dominante: il suo abbigliamento non sfigura per nulla. Comincia a sentirsi a casa. Il suo collega la guarda sornione e compiacente. “Go ahead” la incoraggia, ricordandole che gli studenti americani si aspettano di partecipare.

Partecipare, appunto: per sicurezza, Brady ha preparato materaile sufficiente per tenere un corso di 9 CFU, senza interruzione alcuna, parlando sempre lei. Per sicurezza. Certo, lo sa che le lezioni, in USA, sono un dialogo. E allora, per essere cortese, in apertura dice: “Se l’argomento non vi è familiare, non esitate a chiedermi”. Poi si volta per avviare la presentazione in Power Point. Quando si gira di nuovo, ci sono già 3 mani alzate.

Nelle 3 ore che seguono, Brady è abbattuta da un fuoco di fila di domande pressoché ininterrotte. Sembra di essere a un quiz culturale. I dottorandi sono instancabili. Soprattutto uno, con in testa un cappello coi paraorecchi di gioiosi colori svedesi, non la molla un secondo. Brady sorride, risponde, sorride, tossisce, risponde …. E via così.

Dopo 3 ore, stremata, conclude. Raccoglie i suoi patetici foglietti, e tenta festosamente di guadagnare l’uscita. La trova sbarrata: il ragazzo col cappello svedese vuole un supplemento di discussione. Brady desidera solo morire, ma non lo dice. Al contrario, risulta così convincente che lo studente la invita a visitare la comunità shaker nella quale vive. Brady non crede di voler sapere cosa sono gli shaker, ma sorride, sgambetta, rimbalza contro uno stipite, annuisce, e signorilmente abbandona il campo, assicurando che gli shaker sono la sua passione.

Quando mai.

Rifugiata nell’ufficio del suo collega, non ha alcuna difficoltà ad accettare un bourbon. Stravecchio. Di grande qualità. Sublime. E con una canna sarebbe perfetto. Peccato che qui nessuno fumi. In seguito, Brady non ricorderà molto di quello che ha confidato al suo collega dopo tre ore di lezione e due bicchieri di bourbon. Crede di avergli parlato della vita e di come a volte sia anche meravigliosa. Del privilegio di essere insegnanti. Di quanto sia bello essere onesti e ubriachi (anche se poi si finisce etilisti, a forza di essere onesti e di doversi ubriacare per non esser stati furbi abbastanza), dei mari del sud e della cucina siciliana. E quando qualcuno bussa alla porta, e il pennacchio di un berretto svedese spunta dalla fessura, Brady, per nulla turbata, allunga il bicchiere verso l’uscio e chiede: “Wanna drink?”

© Nicoletta Vallorani

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