Il passo del bradipo (ovvero le avventure di Brady) [16] di Nicoletta Vallorani

© Rilassati, di Stefania Morgante

© Rilassati, di Stefania Morgante

BRADY IN TOUR

Caro bradydiary,
sono contenta che tu ci sia, perché nella mia vita solitaria il tuo silente conforto mi è essenziale. Specie stasera, che sono in trasferta, e non esito a qualificare la mia esperienza come misticamente affine all’estasi tecnologica dei romanzi di Ballard. Sono certa che questo luogo mi aiuterà a comprendere con estrema chiarezza cosa sono i non-luoghi di cui straparla Marc Augè. Forse anche lui è stato nello stesso posto dove mi trovo io.
Ma andiamo per ordine.
Sono venuta qui, invitata da colleghi che forse mi odiano.
Di norma, viaggiare in treno mi piace. Certo, 7 ore di fila non sono poche, ma si possono fare. Sarei curiosa però di sapere chi ha progettato le carrozze pulman dei treni AV che infestano ormai la rete ferroviaria nazionale. Essi presentano due problemi:
– se ti capita la disgrazia di compagni di viaggio chiassosi, puoi solo sperare di essere sordo (e nel mio caso, profittando degli sfavillanti sconti offerti dal munifico gestore, viaggiavo di fianco a una famiglia di 4, nella quale i due figli piccoli non avevano alcuna idea di cosa fosse l’educazione e i genitori non avevano alcuna intenzione di insegnarla. Le amabili creature hanno urlato per tutto il viaggio. Quando sono scesa, mi sentivo Erode);
– mi piacerebbe capire perché il rapporto di altezza tra tavolino e poltrona sia stato calcolato partendo dal presupposto che il viaggiatore fosse Magic Jordan. Per scrivere su un notebook, dopo aver massacrato di gomitate chi siede a fianco a te, sei costretto a farti venire dolorosissimi crampi per scrivere 8 parole. Io sono alta la metà di Magic Jordan, e quando sono scesa, ero anche sbilenca quanto il gobbo di Notre Dame. Inguardabile.
Durante il viaggio, i miei ospiti mi avvisano di avermi spostata in un albergo diverso da quello che mi avevano assegnato, di categoria più alta, ma che purtroppo, ahimè. devo anticipare io la spesa. Ovviamente, non ho portato la carta di credito, e ovviamente ho i consueti 25 euro nel portafoglio. Fortuna il Bancomat. Speriamo che lo accettino.
All’arrivo, per risparmiare, non prendo un taxi, dato che il web parla di 8 minuti a piedi per raggiungere l’hotel dalla stazione. I minuti devono averli calcolati usando come tester Usain Bolt, sicché quando arrivo sono tutta sudata, confusa, e anche un po’ spaventata dalla solitudine notturna del paese in cui mi trovo, interrotta qua e là, come in Ballard, da gruppi chiassosissimi di festaioli, che festeggiano non so che e sono tutti maschi.
Non importa.
L’albergo ha circa 800 stanze, potrebbe essere ovunque, ed è affollato di gente che grida. Qui gridano tutti, anche per dirti buonasera. Ma la prenotazione c’è, anche il bancomat, e pure la stanza.
La stanza: io non capisco perché non si usino più le chiavi. Le schede magnetiche mi inquietano e non so mai dove infilarle. Non chiedo niente per non apparire provinciale, e mi avvio, lancia in resta, verso la stanza 352. Davanti alla porta, mi chiedo dove infilare la scheda. Non ci sono fessure. Considero la possibilità di scendere alla reception, ma la mia dignità ne uscirebbe stravolta. Mi aggiro per corridoi deserti, ma non trovo inservienti. Torno davanti alla stanza e mi avvicino la scheda alla faccia, cercando di convincerla a parlare. Accertandomi che nessuno mi veda, sventolo la scheda davanti alla porta.
Miracolo.
Si apre.
E la stanza è buia come una tomba. Infilo la scheda nell’apposita fessura, che qui c’è, per accendere le luci. Si accende solo quella del bagno, un locale grande come il mio soggiorno. Mi ci infilo dentro, perché in tutto questo mi scappa la pipì. Ma mentre sono seduta sul water, la luce si spegne, lasciandomi senza mutande al buio. Zampetto nell’oscurità, con la percezione di trovarmi, fuori dal bagno, in un ambiente molto più ampio, che tuttavia non vedo. Letto, comodino, interruttori. Li provo tutti. Non succede niente. Intanto, a vanvera, si riaccende la luce del bagno.
Poltergeist.
Ma non importa. Meglio i fantasmi che continuare a picchiare gli stinchi contro gli ostacoli. Identifico una tradizionalissima abat jour sul mobile portatelevisore e la accendo. La stanza è enorme e spoglia. Al centro, campeggia un letto matrimoniale che è stato progettato evidentemente pensando che la norma sia sposarsi in quattro o cinque e dormire gioiosamente tutti insieme, tipo Trono di Spade o I Borgia. Non credo che avrò il coraggio di riposarci.
Raddrizzo le spalle e decido di rilassarmi mangiando il panino che mi son portata appresso mentre guardo la televisione: bella idea.
Prendo il telecomando e mi accomodo sul letto, cercando di non farmi intimorire dalla sensazione di stare sdraiata su una piazza. Scarto il panino, accendo la TV. Quando l’immaginina compare, mi rendo conto di un dato elementare: per vedere la televisione da lì, ci vorrebbe un cannocchiale. Anche qui, chiediamoci chi ha progettato la stanza.
Va bene, niente panico.
Mi alzo dal letto, prendo una sedia (non ci sono poltrone, ma solo una panca e una sedia), mi siedo e mi rimetto a vedere la TV. Dopo 10 minuti, quando sto cominciando a calmarmi, sulla televisione compare un timer.
60, 59, 58 ….
Maneggio il telecomando. Niente.
39, 38, 37, 36 …
Mi avvicino al televisore fissandolo. Senza esito.
9, 8, 7 …
In una crisi di ansia parossistica ma paralizzante mi risiedo.
1, 0 … ARRIVEDERCI
E la televisione si spegne.
Decido di riaccenderla e di fottermene.
La scena si ripete altre 4 volte. Il poliziesco che stavo guardando si trasforma in una specie di coitus interruptus che mi massacra i nervi.
Sicchè, decido di farmi una doccia. Vado. La luce del bagno, priva del tutto di interruttore, si accende. Mi spoglio, chiudo la porta, mi infilo sotto la doccia (ovviamente grande come se ci dovessimo entrare in 6, e uno fosse Sylvester Stallone), apro l’acqua e …
La luce si spegne.
Buio assoluto.
Se cado, nessuno verrà a cercarmi, e morirò qui, dimenticata da tutti, in questo bagno postmoderno, sognando Ballard.
Così, caro Brady Diary, succede che io mi lavi i capelli senza volerlo, semplicemente perché non riesco a intercettare il getto della doccia molto tecnologica che spruzza acqua a vanvera, e dopo succede che non osi usare il meraviglioso asciugacapelli, nel terrore che funzioni strano pure lui.
E ora sono a letto, un po’ inquieta perché in tutto questo spazio mi pare di aspettare ospiti, e ti scrivo. Non so cosa succederà domani.
Ma se scompaio risucchiata in un universo parallelo, ti prego ricordati di me.

© Nicoletta Vallorani

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