Il fenicottero rosa [2] di Raffaele Rutigliano

foto estratta da pinterest

Il ragazzo dai pantaloni rosa amava andare in discoteca di sabato, col pullman che partiva alla sei dalla Mapi per il Divinae. Tutti bambini, a guardarli ora, senza cellulare e con la faccia ilare, come se ci fosse sempre da ridere per qualcosa. Le stronzate si sparavano a raffica come se niente fosse.

Mi conoscevano perché amavo ballare al centro della pista. Ero sì un mingherlino, ma la musica premeva i coglioni dentro ai pantaloni rosa che sembravo superdotato. Ballavo come un pazzo, poco mancava che facessi anche le capriole all’indietro. E mentre i soliti mi apostrofavano “frocio”, la musica a palla mi permetteva di non ascoltarli. Chiudevo gli occhi e via anche il labiale. Tanto a questo li pisciavo ugualmente in testa, me ne fottevo di loro e della musica di merda che ascoltavano fuori nelle loro auto. Era il tempo in cui andava Gigi D’Alessio. Meno male che  ascoltavo gli Smiths.

Sempre in discoteca incontrai Sandro, figlio del benzinaio, quello che aveva la pompa di benzina vicino alla statale. Il bello che l’esperto di pompe non era lui. Comunque a parte tutto, perché trattasi di semplici particolari e incredibili circostanze del caso, sta di fatto che mi piaceva e io piacevo a lui. Qui se parlavi d’amore diverso ai tempi dei mangianastri eri fottuto, quindi la clandestinità era l’unico rimedio per farsi o fare un po’ d’amore.

L’approccio inizialmente con i ragazzi era una mezza barzelletta, non si sapeva chi fosse il primo a ridere, c’era anche chi non aveva mai avuto rapporti, quindi o si fidava o lo prendeva male. Diciamo che a oggi mi è capitato un po’ di tutto, e negli anni ho sempre cercato di crearmele io le situazioni. Era come andare a scuola, imparavi man mano…

Durante le serate “X” si andava nei posti “X” che sapevano solo quelli del giro. Internet non esisteva, quindi dovevi per forza conoscere un gay per avere accesso alle playlist del sesso occasionale. E quante occasioni anche perse. Misi da parte la componente accademica e passai alla passione, presi una cotta fortissima per uno di terza. Ovviamente etero. E la sfiga, si sa, ci vede sempre benissimo. Peccato che avessi pagine e pagine del diario con il suo nome, Alfredo. Colpa d’alfredo, diceva Vasco. Ma queste situazioni me le andavo a cercare io… Una volta gli lasciai un bigliettino senza firma. Pensò fosse Sofia, una sua compagna di classe. Finirono presto a limonare e a mettersi insieme. Iniziarono a frequentarsi presso le famiglie, ad accasarsi… come si dice da queste parti… Le regalò un anello di fidanzamento dentro un bicchiere di champagne. Disse che l’aveva visto in Beautiful. Ora lui non c’è più, è passato a miglior vita dopo appena un anno di matrimonio, ma con un’altra. Di Sofia non so che fine abbia fatto. Di certo comanderà a bacchetta qualcuno vittima del suo narcisismo.

Poi dicono che le persone sono somari con i paraocchi, e fanno tutto ciò il loro padrone gli comandi. Camminano se devono camminare, respirano se glielo ordina il padrone e sospirano se il fiato gli manca, sempre se a toglierglielo è il padrone stronzo.

‘sti padroni sono proprio dei pezzi di merda, e Sofia era proprio una cavallina stronza.

È bello quando affiorano i ricordi a spruzzo, quando ti fiondi nel passato per non vedere il presente, colmo di incertezze, di persone anche squallide che non fanno altro che scrivere e riscrivere su di te. Mi verrebbe da dire:«Specchio riflesso!»

Poi mandarle a fanculo in un linguaggio aulico perché anche i greci mandavano a fanculo, ma lo facevano con filosofia. Immaginate Platone che manda a fanculo Aristofane. Si incrociavano sotto al Partenone o in mezzo all’agorà, non si potevano vedere, e se uno dei due veniva fermato da un qualche giovane interessato l’altro rosicava. Magari Platone non lo diceva apertamente, ma dentro di sé un vaffanculo ad Aristotele l’ha mandato.

Presi così gli studi classici per piacere alla società, andavo anche in chiesa per piacere a Dio e al prete. Per piacere a me invece andavo giù, dietro al castello, dove si andavano pure a bucare, o giù nei cessi sotto la villa della stazione. Qualcosa qualcosa usciva sempre.

Posso comunque dire che l’amore non ha limiti, neanche topografici o toponomastici, perché la lingua vince su tutto.

© Raffaele Rutigliano, 2018

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