Il fenicottero rosa [1] di Raffaele Rutigliano

© Art by Olga Shvartsur (www.OlechkaDesign.com)

1.

Dovevo essere una persona normale ma non lo ero. Ero tutto al di fuori del caos. Ero quello che normalmente non si intende o si fa finta di intendere. Ero ciò che la natura mi aveva dato, un corpo come quello degli altri, ma con l’animo incastrato nei vari substrati della società, tra cultura, fede e ipocrisie varie.
Ero l’opposto dei disegni sui muri, sui libri. Ero l’opposto di ciò che riflettevo in uno specchio. Ero la ruggine formatasi addosso, sopra strati di sebo e forfora avviluppati alle mie cellule.
Incredibilmente, io.
Mi avevano spiegato fin da bambino la mia inutilità nel mondo, che dovevo morire, che dovevo portarmi da qualche parte e scomparire. Perché così doveva essere, e chi in piedi, chi seduto, pregava la mia scomparsa. Per lo più con un crocifisso in mano.
Pregavano anche che guarissi. Perché per loro era la malattia. Sì, malato. Non ho mai capito di cosa. D’amore?
Si può esser malati d’amore?
Si può essere attori oltre il palcoscenico. O è tutta una farsa, e devono ancora dirmi che sono il protagonista di un brutto scherzo. Che la vita non ha voluto riservarmi… che gli altri hanno voluto così percepire. Per spingermi alla dannazione, per vivere diversamente non potendo essere vittima, in senso naturale.
«Sì, sputategli addosso».
«Vi faccio vedere io di cosa sono fatto».
Ed ecco che mi calai i pantaloni davanti a tutti. Ero in secondo superiore.
«E questo chi lo vuole ora?»
Il preside mi diede una settimana di sospensione. Tutti iniziarono a darmi del pazzo. Che se ci fossero ancora i manicomi, mi ci avrebbero rinchiuso subito. (Ringrazio ancora Basaglia.)
I fenicotteri nascono bianchi. Diventano rosa mangiando un particolare crostaceo che dà loro la tinta nel giro di tre anni.
Così sono cresciuto, non aveva alcun senso per me la lotta. Ho sempre visto gli altri come falliti, come piccoli ignoranti a fare la voce grossa per pura convenzione.
Non ho mai voluto cambiare le cose, non ero io quello che doveva convincere del contrario. L’unica cosa che sentivo mutare era nel mio cuore. Era zuppo di sillogismi frustranti, erano falsi. Nessuna catena tra cuore e spina dorsale. Nessuna forza a piegarmi al vento. Neanche il vento. Quindi, nel bene o nel male, ero capace di condizionarmi a dovere su cose invisibili, su parole visibili e cariche di comprensione. Ma non ero in grado di cambiare il cuore, il loro intendo. Era come un mutamento genetico che bloccasse il loro sviluppo, e neanche spiegato dalla medicina.
Nulla sarebbe cambiato. Sebbene non credessi in alcun Dio. Ma ero una persona buona, fondamentalmente buona, e coraggiosa. Sì, tanto.
I miei primi dieci anni mi rinchiusero in uno spazio per me innaturale, una sorta di gabbia. Non ero ancora formato nello spirito. E da lì odiavo il mondo, tutto ciò che desse fastidio al mio crescere, che lo rendesse appunto: innaturale.
La maggior parte della gente vive in luoghi freddi, dove non cresce alcun sentimento. Dove se chiedi un favore, ti squadrano, prima di capire cosa volere in cambio. Qui ci si peggiora, in vita è così, perdendosi e adirandosi con tutto ciò che dia un potenziale conforto, anche se fosse in realtà pura cupidigia senza rifugio. Senza via di scampo.
Allora decido di farmi terra, di essere tabula rasa, come un corpo da ricreare, di farlo crescere come pianta intellettuale. Che ridefinisca il mondo storto dalle radici. Trovando nutrimento nei terreni fertili e generando linfa vitale per le foglie. E che l’invidia non peggiori nulla, anzi migliori.
Da allora indosso pantaloni rosa, perché amo il rosa.
E da allora sono diventato, tra le mura scolastiche, il “ragazzo con i pantaloni rosa”.

© Raffaele Rutigliano, 2017

1 Comment

  1. Jul Rispondi

    Piaciuto moltissimo. Lo stile spacca, prende.
    ComplimentI !!!

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