Hangover [14] di Roberta Lepri

The Man Who Saved the Louvre, 1945

TUTTO È RELATIVO

Provins è un affascinante borgo medioevale che dista meno di 100 chilometri dalla capitale francese, nel dipartimento di Seine-et-Marne dell’Île-de-France. “Miracolosamente scampato all’industrializzazione e ai bombardamenti” hanno scritto nelle guide turistiche dopo la fine della guerra: che tradotto nella mente di Julien Pinaider, sessantenne pittore anche lui scampato all’industrializzazione e ai bombardamenti, significava non mi hanno ammazzato né il lavoro né i nazisti e sono ancora qui.

Non si poteva certo pensare a lui come a un artista bohémien: Julien al contrario era sempre stato un tipo preciso, con pochi sogni e un unico scopo nella vita, da quando era restato vedovo: tirare avanti e veder crescere sua figlia Marion. Ragion per cui volentieri, prima dell’occupazione della Francia, si era svegliato tutte le mattine alle quattro, aveva dato un bacio alla piccolina che dormiva, pedalato per venti chilometri, ed era stato per dieci ore al tornio; poi era tornato a casa e si era messo a dipingere, ma al massimo per un’ora, intanto che aspettava la cena.

Dopo l’occupazione, Julien aveva smesso di dipingere e anche di pedalare. Si era trovato un lavoretto in campagna e viveva con poco. A quarantatrè anni si sentiva sia troppo vecchio per combattere che troppo giovane per rassegnarsi. Solo a vedere una divisa tedesca ribolliva di una rabbia che lo divorava, e perciò con gioia aveva messo a disposizione la sua casa per le riunioni dei partigiani, che Marion organizzava una volta al mese, di notte e quando non c’era la luna. A Julien piaceva starsene in disparte ad ascoltarli, quei ventenni. Qualcuno era impulsivo e sognava di espugnare, combattere, uccidere e vendicare: proprio come avrebbe fatto lui. Proprio come lui, però, nessuno indossava armi. Quelli erano strani partigiani, si limitavano a stendere sul tavolino grandi carte geografiche, e a parlare di scambi, orari, vagoni, depositi, trasferimenti. Bevevano, fumavano e ascoltavano radio Londra, poi a un’ora precisa traducevano cose senza senso. Altre, sempre insensate, le trasmettevano, chissà a chi, con una radio da campo, in una lingua sconosciuta. Julien beveva, fumava, cercava di capirli. Quando era stanco e già un po’ brillo, se ne andava a letto e li lasciava alle loro cospirazioni.

Sua figlia, nonostante tutto, sembrava tranquilla. Dopo il diploma aveva trovato lavoro come custode al museo Condè di Chantilly: tornava ogni sabato sera con la corriera, tre ore di viaggio ed era a casa. E quando Julien le diceva che era un tragitto troppo lungo e pericoloso, lei rispondeva “Tutto è relativo, anche la distanza” e alzava le spalle. Per consolarlo, gli preparava una cena migliore del solito, bevevano più del normale, ridevano senza che ci fosse niente da ridere.

Talvolta, Marion gli parlava dei favolosi quadri del museo – papà, ci sono tre opere di Raffello, è meraviglioso – e allora a lui tornava voglia di dipingere quadri come voragini, un complesso intreccio di colori che parevano vigne e rami di foresta, scoppi di bombe e scie di aerei nel cielo. Cose moderne e tutte sue, di cui in parte andava fiero e in parte si vergognava. E che non avrebbe mai fatto vedere a nessuno, a parte Marion, che fin da piccola gli aveva passato spatole e vernici, ed rimasta a guardarlo, mentre lui esprimeva tutta la rabbia che provava. “Quando finirà la guerra ricomincerò a dipingere” pensava, immaginando nuove tele e nuovi colori venuti dall’America. Qualità a basso costo. L’arte per tutti, finalmente.

Julien era povero, lo era sempre stato, ma questo per lui non era un problema. Lo rattristava soltanto non poter viaggiare e visitare musei come avrebbe voluto. Desiderava vedere e imparare. Voleva capire se quello che dipingeva poteva avere un senso, se altri avessero espresso le sue stesse emozioni. Adesso la guerra aveva un poco cambiato le cose: si viaggiava comunque di meno,  e lui avvertiva in modo meno pesante l’isolamento, che era di tutti. E poi aveva la grande fortuna che Marion gli parlasse delle opere esposte al Condè, descrivendole nei dettagli. Gli aveva portato perfino una pubblicazione in cui c’erano le foto dei dipinti, peccato non si potessero vedere i colori. L’amarezza però ogni tanto lo prendeva comunque, Julien non poteva farci niente.

Una sera, al termine di una buona bottiglia, aveva di nuovo borbottato che non era giusto trovarsi lontano dai capolavori dell’arte, e che tutti dovevano avere la possibilità di vedere la bellezza. Marion sorridendo aveva ancora risposto “Tutto è relativo, anche la distanza”. E quella volta Julien si era adirato, e aveva dato un gran pugno sul tavolo, rivolgendole uno sguardo carico di rabbia. Si era pentito subito dopo, ma sua figlia pareva non averci nemmeno fatto caso, per quanto era assorta. Era giunta a casa un po’ trafelata, seguita poco dopo da un collega arrivato in sidecar, che aveva portato con sé, al posto del passeggero, una cassa di legno piuttosto ingombrante. Era una notte di agosto del 1944, l’afa era insopportabile. Il giovane parigino, indicando il contenitore aveva detto “Facciamogli prendere aria”. Marion lo aveva guardato male e aveva risposto “Meglio di no”. A Julien avevano spiegato che si trattava di libri antichi da mettere al sicuro per salvarli dai nazisti. “È un pochino ingombrante ma starà qui per tre giorni al massimo, porta pazienza, verrà presto una staffetta a prenderla”. Lui non aveva obiettato, anche se tutti quei segreti lo irritavano e la risposta di sua figlia lo aveva messo di cattivo umore; ma la testa gli faceva troppo male per replicare, perciò aveva trascinato il passo fino alla camera da letto senza augurarle la buonanotte.

Marion lo aveva svegliato due ore dopo con una carezza sulla fronte, interrompendo a metà quello sbuffo caratteristico che lui faceva quando dormiva bene oppure aveva bevuto troppo, oppure tutte e due le cose. Si era portata l’indice al naso e lui aveva sgranato gli occhi, trasalendo. Erano arrivati e dovevano scappare. Era finita. L’unica cosa che Julien pensò in quella frazione di tempo fu che non voleva vedere morire sua figlia: poteva sopportare tutto il resto ma non quello. Avrebbe chiesto la grazia di venire ammazzato per primo. No: conoscendoli, quei bastardi lo avrebbero fatto apposta. Gli conveniva tacere. Tutto questo lo almanaccò un attimo prima di accorgersi che Marion stava sorridendo a lume di candela, con aria divertita e complice. Accidenti a lei. Ancora sorrideva e continuava a tenere l’indice sul naso. Finchè lui non annuì, restando zitto come richiesto. Allora lei svelta gli prese le scarpe e lo aiutò a calzarle, poi gli mise il cappotto sopra alla veste da notte, e lo guidò fino alla cucina.

Tra due candele accese, poste sopra l’acquaio e a distanza di sicurezza, potè vedere sul tavolo Monna Lisa del Giocondo, in fuga dai nazisti. Sarebbe stata sua ospite, dentro una cassa, per i successivi due giorni. Vicinissima e intoccabile.

20 dicembre 1957

“Nonno, la Gioconda, accidenti, non riesco a vederla! C’è troppa gente! Non è giusto, abbiamo fatto un’ora di fila! Tutti dovrebbero vedere bene e noi siamo così lontani …”. Il piccolo Robert si dispera per quell’ingiustizia e fa le bizze per mano a Julien, che non trova niente di meglio da dirgli, se non che “Tutto è relativo, anche la distanza”.

E questo fa arrabbiare Robert ancora di più.

© Roberta Lepri, 2017

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