Hangover [11] di Roberta Lepri

© foto da Pinterest

DOPO IL LAVORO, PRIMA DI CASA

Mi accomodo all’ultimo tavolino del bar in cui vengo ogni tanto. Piango e non so il perché. Piango dentro e non c’è verso di far uscire una lacrima. E così adesso sono immobile, fermo. Poi di che cazzo mi lamento, in fondo la salute ancora c’è, anche se il lavoro non va bene. Non faccio sesso da un mese ma anche questo è abbastanza normale alla mia età. La mia mente non ne ha più bisogno, forse il corpo ancora sì. E qualche volta ho un guizzo ma lei dorme oppure non ha voglia oppure tutte e due le cose. Arriva il cameriere a prendere l’ordinazione. Ha una macchia sulla giacca e secondo me non gli importa. A nessuno importa di niente. Avrà meno di trenta anni, è ancora in tempo per decidere cosa fare della sua vita. Vorrei dirglielo ma non ho più voce. Dovrei consigliargli di scappare, verso dove non so. Tremo un po’. Eppure non è freddo. Forse se bevo mi passa. La vodka scende come un missile nell’esofago – altro che aperitivo – e si apre a ventaglio nello stomaco, dandomi prima una sensazione di nausea, poi un calore gentile che comincia a scalzare i pensieri. Non sento nessun sapore. Non ho più il gusto. La mente si apre, ne escono tanti post-it.

Non ho niente contro i barboni e i pezzenti in genere, ma quando mi siedo a un tavolino e sono triste, la gente dovrebbe capirlo. E invece no. Questo tipo che gira sempre per il quartiere, e nessuno sa da dove venga o cosa faccia per campare, mi si mette seduto vicino. E puzza. Non sento più la consistenza del tovagliolo di carta sotto le mani, né il sapore delle patatine. Non riesco a vedere niente che vada oltre il bordo del contenitore delle olive. Sento solo un tanfo che mi entra dentro e mi scuote. Invece vorrei che niente riuscisse a smuovermi. Ho avuto una giornata di merda, lasciatemi in pace, devo solo rilassarmi un poco prima di tornare a casa. Poi magari quando ci arriverò mi addormenterò senza cenare. Mia moglie mi guarderà male ma non dirà niente. Se no a che serve essere un uomo, se non ti rispettano quando bevi. E lei mi rispetta. Se dormo, è contenta. Così non parlo, così non la guardo, così non c’è il rischio di non capirsi. Io dormo, lei mette a posto casa e prepara da mangiare per il giorno dopo. Poi parla con qualche amica su Messenger di quanto siano stronzi gli uomini.

Il barbone forse ha voglia di attaccare discorso, mi vede vestito da operaio, le unghie un po’ nere, crede che tra la mia e la sua condizione ci sia ormai poca differenza. Sono sempre più spavaldi, quelli come lui. Una volta avevano più rispetto, non borbottavano se davanti avevano qualcuno normale, sentivano lo scalino e non provavano a risalirlo, stavano ai margini senza rompere i coglioni. Ora il divario si è accorciato, loro lo hanno capito. Ora si prendono confidenza. Credo che se perdessi il lavoro sarei quasi come lui. Avrei ancora una casa e lo stipendio di mia moglie, però non ce la farei a pagare l’università a mio figlio. Faccio i conti. Il part time nell’impresa di pulizie sono cinquecento euro al mese. Bastano a mio figlio per l’autobus, la mensa e i libri fotocopiati.

Negli ultimi due anni sono passato da un lavoro all’altro. Prima di questo, ne ho trascorsi trentuno tutti dentro il solito ufficio come ragioniere, a sognare la macchina del capo, la donna del capo, le sue ferie. A immaginare di mollare tutto, comprare una barca a vela e fare il giro del mediterraneo. Neanche sapevo di preciso che forma avesse, una barca a vela. Ogni tanto però on line vedevo qualche articolo di gente che aveva piantato tutto e ce l’aveva fatta. Avevano preso la liquidazione, comprato una barca o un rudere in campagna per fare il biologico, e via. Sorridevano felici nelle foto in cui indossavano il costume da bagno oppure tute da lavoro. A seconda del caso, avevano in mano un pesce oppure un pomodoro. Sembrava facile, pareva possibile. Quando la EuroItaliaImpresa ha chiuso io però la liquidazione non l’ho vista. Quindi niente mare e niente campagna. Certo che avrei dovuto controllare, a che mi serviva essere il ragioniere della ditta se non ero capace di stare dietro nemmeno ai miei affari. Mia moglie in un momento di disperazione me lo ha detto, lei che non sbotta praticamente mai. Sono stato un coglione. In fondo il mio futuro era solo una partita di conto, una cifra scritta su un foglio che non valeva niente. A bilancio i soldi c’erano. In banca invece no. Eravamo esposti quando la gente ha smesso di pagare. Di colpo, da un giorno all’altro, hanno smesso tutti. Così noi siamo finiti sotto, e con noi alla lunga anche quelli che fingevano di non avere i soldi. È una ruota. Almeno credo. Non so, mi sento confuso. Non riesco a pensare. Oppure penso solo cose che fanno male. Il capo all’improvviso non aveva più la bella macchina, la bella moglie se n’era tornata dai suoi, le vacanze le aveva fatte a Ostia dalla cugina. Nemmeno ci ho provato, a fargli pignorare qualcosa.

Ancora me lo ricordo, di quando andavamo a mangiare la pizza io, lui e qualche volta anche gli operai. Eravamo una specie di famiglia, anche se intanto io sognavo di mollarlo e comprare la barca. Eravamo giovani, avevamo organizzato pure un torneo di calcetto, quando gli operai in estate erano tanti e dovevamo prendere qualche avventizio per consegnare i lavori entro la scadenza. Io che facevo le paghe mi sentivo anche un po’ padrone. Forse ero un uomo felice.

Questo qui accanto intanto ha ordinato un tramezzino. Si volta verso di me e sorride. Vorrei alzarmi, spingerlo via. Vorrei almeno incazzarmi e dirgli quanto fa schifo, quanto puzza.

Ordino un’altra vodka.

© Roberta Lepri, 2017

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