Giorni [4] di Letizia Dimartino

© ph. estratta da Pinterest

Milano che vidi per la prima volta piccolissima dopo un viaggio stremante in treno: era la freccia del sud, l’avrei presa tante e tante volte. Il tè sorbito alla stazione aveva il sapore più buono che potessi desiderare, il caldo patito nello scompartimento pregno di odori necessitava di una bevanda. Si arrivava dopo aver guardato al finestrino dalla tenda impolverata, i filari e le case immerse nella nebbiolina che sconoscevamo, noi che solitamente, in Sicilia, ci alzavamo dal letto col sole sfacciato… e poi il nero della stazione, la città che irrompeva con un odore tipico, di umido di auto di belletto. Era Milano. La Coin di piazza Cinque giornate immersa nella foschia, la Rinascente illuminatissima, sogno e stupore. Noi seduti al caffè della galleria, in una sera in cui tuonava e la paura era mista al piacere di essere nell’incanto. Le signore in cappello che assaggiano dolci colorati, i camerieri silenziosi che ci mettevano paura. E poi le saracinesche abbassate d’un tratto, la polizia schierata, la corsa sotto i portici, piazza Scala attraversata di corsa col sorriso e la vacuità della gioventù: la metro mi avrebbe messo in salvo dagli anni ’70 che incombevano su una città che voleva vivere. La villa della Callas spiata, nell’attesa di una sua insperata uscita, la Fracci nei pomeriggi polverosi, sul palco a danzare giovane e semplice, le scale mobili su cui si fanno “pensieri suicidi”, i taxi che vanno veloci, le cliniche visitate per improvvisi malori, le segretarie vestite di grigio, i medici che amerò. Un gelato sul corso, la farmacia che sembra una profumeria, Fiorucci che rompe con tutto e tutti… e l’odore del mattino: perché Milano ha un odore speciale, quello di una bella donna. Adesso non la vedrò più. Milano nel cuore, Milano nella testa. Io all’angolo di strada, sotto la pioggia in un giorno vicino al Natale, una bambola sul braccio: bionda come una milanese bionda.

© Letizia Dimartino, 2017

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