Fueddus e contus [1] di Luciana Ortu

PIOGGIA

Continuo a fissare il nulla oltre il vetro. Sta piovendo da giorni.
Il lastricato del giardino è coperto da alcuni centimetri d’acqua che scorre veloce. Mi sembro il protagonista di un racconto di Gabriel Garcìa Marquez durante le piogge infinite che infradiciano le strade, le case, i giacigli e le anime degli abitanti di Macondo.
Il dolore alla mano è fortissimo. Nonostante gli antidolorifici, mi accompagna per tutto il giorno. Quando sembra sopito, o anestetizzato, e mi dimentico di lui, una fitta improvvisa, simile a una scossa, torna a ricordarmi l’incidente di poche settimane fa. Come se potessi scordarmene. Basta guardare la mano, ricucita malamente e deturpata, per riandare col pensiero a quel maledetto giorno.

Grandinava, c’era un vento fortissimo. Ero seccato, per le condizioni del tempo, certo. Costretto a non far nulla, chiuso in macchina in attesa che passasse la buriana.
Ma la cosa che mi faceva star male, quasi un malessere fisico, e stato d’animo nero come la pece, era la rabbia.
Da giorni, ormai, ero furioso con Elena. Quella discussione mi aveva infervorato, forse troppo. Ero sbottato in parole offensive, e lei, furibonda, per evitare di continuare a litigare mi aveva chiuso il telefono in faccia. Non ci avevo visto più. Come si era permessa? Da quel momento non ci eravamo più rivolti la parola, chiusi in un orgoglioso mutismo.
Mentre aprivo il cancello per tornare a casa, aveva smesso di grandinare, immaginavo di discutere nuovamente con Elena. Avevo negli occhi il suo viso chiuso di quando non mi parla, isolandomi e facendomi sentire uno sciocco.
Pensai di scuoterla, per costringerla a parlare. Mi vedevo prenderla per le spalle con forza, quando una raffica di vento mi ha chiuso l’anta del cancello sulla mano. Le dita si sono spezzate, penzolavano, semi amputate.
Quando sono tornato a casa, fasciato e acciaccato, lei mi ha abbracciato. Ma sorrideva. Sorrideva come non accadeva più da molto, moltissimo tempo.

©Luciana Ortu, 2018

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