Frontiere [8] di Luca Bonisoli

LAREDO 1856

È un bravo ragazzo.
Non c’è bisogno di troppo cervello per essere un bravo ragazzo.
Qualche volta mi pare anzi che il cervello faccia l’effetto opposto.
Prendete uno che sia davvero in gamba, è difficile che sia una brava persona.
(John Steinbeck)

Nessuno avrebbe scommesso un peso su di lui. Quando arrivò al ranch di Cortina sul carro delle patate dolci venne messo subito alla porta, ma lui tornò. Chiese del cibo in cambio di lavoro, disse che aveva fame. Gli risposero che tutti ce l’avevano almeno una volta al giorno. Spiegò che aveva fatto il vaquero negli ultimi due anni, e tutti risero. Gli chiesero da dove arrivava, lui disse da Las Cruces. Sai andare a cavallo? Si señor. Sai domare? Si señor. Risero di nuovo. Quanti anni hai? Quince señor. Sei piccolo, e somigli a un indiano. Non sono indiano señor. Come ti chiami? Jesse.

Ascoltami bene ragazzino. Qui puoi avere due ciotole di zuppa al giorno e due bicchieri di latte col pane di mais. Non paghiamo nessuno se non è in grado di fare bene il suo lavoro e sono io che decido se è fatto bene. Si señor. I ladruncoli li  troviamo ovunque si nascondono, e gli strappiamo la pelle dei piedi e poi li lasciamo tra le pietre del Coahuila. Si señor. Non abbiamo bisogno di nessuno, ma forse potresti essere utile nelle stalle de las Tortillas. Ma cuidado! Non perdono chi mi mente. Si señor.

Chi aveva parlato era il giovane Don Juan Cortina, proprietario di tutte le terre a sud di Laredo. Qualche anno prima il Messico e gli Stati Uniti avevano messo fine alla guerra del 1846 con un trattato che consegnava quello che c’era a nord del Rio Grande agli Anglos in cambio di una notevole somma di denaro. Cortina, come molti altri proprietari latifondisti messicani, si vide depauperato improvvisamente di enormi appezzamenti di terreno poiché le sue proprietà si estendevano su entrambi i lati del Rio Grande. Da quel giorno e per i successivi sette anni Anglos e Tejanos si erano dati fastidio sempre più spesso.

Una sera di luglio del 1856, mentre Jesse stava spazzando le stalle pregustando il bicchiere di latte caldo e la fetta di pane che Javier gli dava prima di dormire, una posse di Anglos arrivò senza preavviso da nord. Con le armi lunghe iniziarono a sparare immediatamente, non dando tempo a nessuno di reagire. I colpi delle carabine Colt .10 bucavano vetri e legno andando a segno nelle carni dei vaqueros di Don Juan. Terminata la scarica iniziale, erano scesi da cavallo e avevano iniziato la ricerca dei sopravvissuti finendoli a colpi ravvicinati di Paterson.

Jesse si era nascosto sotto il fieno nella stalla, aveva lasciato che i cavalli s’innervosissero nelle cajas. Col cuore che pulsava violentemente era rimasto immobile quando due Anglos col fazzoletto sul viso erano entrati. Avevano guardato tra i cavalli con le Colt in pugno, aperto la porta della rimessa, mosso la paglia ma non l’avevano visto.

Diamo fuoco alla stalla? No, bruciamo solo le baracche. I cavalli li lasciamo tutti qui. Non ce li portiamo con noi? Sono delle bestie magnifiche. No, vanno lasciati qui. Perché? Perché questa storia non finisce oggi. Non capisco. Non devi capire, andiamocene.

Quando il crepitio delle fiamme si alzò forte tanto da coprire il rombo degli zoccoli che si allontanavano, Jesse uscì dalla paglia. Il buio era rischiarato dalle lingue rosse del fuoco. Guardò fuori, non c’era nessuno. Javier era lì in mezzo, sdraiato a faccia sotto con la testa esplosa. Si avvicinò, lo girò e guardò il grosso buco che aveva al posto del viso. Gli prese la Colt Paterson che teneva nella mano ancora calda, una manciata di cartucce e tornò con passo svelto alle scuderie. Scelse il baio più veloce, gli mise coperta, briglie e sella e poi ci salì di slancio. Yuh! Yuh!

Jesse cavalcò fino al fiume che risalì sulla sponda messicana finché trovò le tracce fresche. Si fermò a guardarsi intorno al buio rischiarato dalla luna. Le cicale cantavano, non c’era nessuno. Passò. Due ore dopo si fermò. Aveva capito dove si erano diretti. Tornò sui suoi passi, riattraversò il fiume all’alba e diresse il cavallo verso sud. Lasciò che il sole salisse e gli arroventasse la faccia senza fermarsi. A mezzogiorno giunse al ranch di Nueva Ciudad Guerrero, al cui interno sapeva esserci la villa di Don Juan Cortina e della sua famiglia. Scese dal cavallo schiumante che non era ancora fermo. Devo parlare con Don Juan. Che ci fai qui? Lo dico a lui. Prima parli con me. Va bene. và a dire che las Tortillas non esiste più.

Venti minuti dopo era seduto al tavolo della sala da pranzo con una ciotola di stufato di fagioli e patate che aveva un profumo irresistibile. Era affamato ma anche restio a iniziare davanti al giovane padrone di casa. In divisa militare, con una selva di bottoni dorati, Cortina gli fece cenno di mangiare. Erano in dodici. Ho contato i cavalli. Sono arrivati e hanno sparato subito. Hanno ucciso tutti e hanno incendiato il ranch. Io ero nella stalla e mi sono nascosto sotto la paglia. Quando se ne sono andati li ho seguiti. Sono andati alle Ranchettas di Laredo. Li hai seguiti? Sì. Poi sono venuto qui. Es apreciable, Jesse. Mangia ora. Sanno che ci sarà vendetta. Lo so. Sì Don Juan, si aspettano che arriviamo da sud. E tu come fai a saperlo? Hanno lasciato lì i cavalli.

Cortina lo guardò in silenzio. Continua. A nord c’è il Chacon Creek, ci rallenterebbe ed è troppo lontano. A est es Texas, a ovest c’è la ciudad de Laredo. L’unica strada è a sud. È una trappola. Quindi dovrei rinunciare? No, Don Juan. Ma sappiamo tutti che da Laredo entrano ed escono molti carri. Una carovana di minatori che tornano a est potrebbe passare inosservata. Don Juan strinse le labbra. Ora mangia, è un ordine. Si señor.

Dopo pranzo Jesse si mise all’ombra della staccionata e chiuse gli occhi. La stanchezza gli era piombata addosso e aveva la pancia piena di ottimo stufato. Quando li riaprì gli sembrò di aver riposato solo qualche minuto, ma poi vide il sole a tre quarti del suo cammino e si rese conto che era ormai metà pomeriggio. Si alzò, si spolverò il sedere e andò in cerca della pompa dell’acqua.

Otto giorni dopo il Laredo Times uscva con un’edizione straordinaria per i pochi che sapevano leggere: “Il massacro di Las Ranchettas. Juan Cortina vendica la morte di suo cugino Juarez in uno scontro a fuoco alla periferia di Laredo. I messicani hanno attraversato il confine di Laredo travestiti da minatori di rientro dalle cave di Monterrey…”, e via così. Le guerre anglo-tejane erano iniziate.

Jesse, invece, con viveri, cavallo, sella e pistola ricevuta in dono da Cortina, in quegli stessi giorni si era messo sulla pista verso nord. Non era scappato, solo che nessuno gli aveva chiesto di restare, cosa che a lui sembrò normale.

© Luca Bonisoli, 2017

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