Frontiere [7] di Luca Bonisoli

CIBECUE 1841

Attento mentre parli.
Con le tue parole tu crei un mondo intorno a te.
(Detto Navajo)

Nel luglio del 1841, tra le rocce rosse del Salt River Creek, ai piedi della cascata che scendeva  dalle alture a nord del Seneca Lake risuonavano le grida dell’acqua scrosciante assieme a quelle di Kushala l’Apache. La ragazza Cibecue sapeva che il momento era giunto, e che suo figlio doveva nascere. Nemmeno Usen in carne e ossa avrebbe potuto farci nulla. Lasciava quindi che i suoi polmoni urlassero tutto il suo dolore e la frustrazione mentre pensava alla vita che non aveva potuto avere. Era irrimediabilmente sola, e le lune passate dal giorno dell’amore erano state solo sette: il bambino non sarebbe sopravvissuto.
L’anno prima, dopo diciotto inverni Apache aveva incontrato Juan lungo le rive del Salt River. Lui era in fuga, le aveva raccontato che era scappato da una guarnigione militare messicana, perché era stanco di guerre inutili. Sapeva che la natura dei nativi in quelle terre era quella di razziare, e che la loro era invece quella di conquistare. Ma non ce la faceva più a vivere in quel modo, voleva tornare ai suoi campi e alle sue mandrie. Kushala gli credette e scelse di restare con lui.
I suoi cugini Cibecue la cercarono invano per una luna, poi desistettero e la diedero per morta. Lei era andata a vivere insieme a Juan, nel suo villaggio oltre il confine, subito a sud di Agua Prieta. Ma la vita le sembrava strana da quelle parti. Durante le successive lune infatti non era riuscita ad abituarsi, e una mattina di gennaio aveva preso le sue cose ed era ripartita verso nord. Juan l’aveva guardata andare via senza rimpianti.
Kushala, però, non sapeva di essere incinta.
Dopo un mese di cammino era tornata al suo campo, ma non aveva trovato nessuno. Se n’erano andati lune prima seguendo lo sciamano che aveva sentito che quelle terre sarebbero diventate povere di selvaggina. Sfinita e appesantita dalla gravidanza si dovette adattare a sopravvivere in attesa di una sorte migliore, aspettando il ritorno dei suoi, nutrendosi di piccoli pesci, bacche e ciò che poteva offrirgli la terra. Ma non fece in tempo, perché il bambino aveva deciso di nascere prima del dovuto.
Così, urlando al sole di mezzogiorno diede alla luce un maschio. Si tolse la placenta da sola, e staccò con i denti il cordone ombelicale dopo averlo annodato. Poi attaccò al seno arido quella piccola creatura, e mentre succhiava lo chiamò col primo nome che le venne in mente: Alchesay.
Era prematuro, piccolissimo, destinato a morire presto come la madre perché sentiva che il sangue non si fermava e le forze si affievolivano piano piano. Alchesay, figlio di Juan e di Kushala Apache dormiamo assieme e lasciamo che Usen ci guardi e ci accolga nel suo Wickiup pieno di foglie di Yucca, ci sfami e ci disseti.
Il destino, però, volle che le cose andassero diversamente. Lungo quella pista proprio quel giorno un piccola carovana di predicatori provenienti dalle praterie di Moab, molto più a nord, trovò Kushala seduta lungo la via, appoggiata a una grossa pietra. L’acqua fresca del Salt River aveva spinto quegli uomini pii a effettuare una deviazione e quando avevano visto la donna avevano fermato i carri.
Santo cielo è una ragazza. Ha un bambino in braccio. È morta? No. Vieni Hannah, dammi una mano. Porta dell’acqua. Ma ha appena partorito! Quanto sangue… Non ce la farà. Il bambino è vivo? Sì, guarda com’è piccolo. Mi senti? Hai sete?
Alchesay. Non capisco la tua lingua. Alchesay, prendi lui. Vuole che prendiamo il bambino. Alchesay. Dice così, non so cosa voglia dire. Che facciamo? Oh Signore! Oh Gesù, è morta? È morta? Sì, credo di sì. Povera ragazza. Dobbiamo muoverci, se c’è lei, ce ne saranno altri in giro. Vergine madre! Prendi il bambino e andiamo. Dobbiamo battezzarlo, non può morire senza essere nella grazia del Signore. Lo battezzerai sul carro. Andiamo. Alchesay, diceva così. Non possiamo seppellirla? Scordatelo, è troppo pericoloso qui. Dio ti abbia in gloria giovane ragazza. Andiamo, yuh!
Due settimane dopo l’arrivo a Tucson la carovana ripartì in direzione est, con il bambino ancora miracolosamente vivo. Due donne avevano latte anche per lui, e nonostante fosse così piccolo Alchesay succhiava forsennato la vita da grandi seni bianchi come la neve.
La carovana giunse a Las Cruces il mese successivo, in autunno. Arrivati a due miglia a nord della città i carri si fermarono davanti all’ingresso della Missione de La Navidad, e il capo spirituale della comunità chiese di parlare con l’abate. Poco dopo un uomo piccolo e magro con una grossa chierica screpolata dal sole fece capolino dal portone e salutò i viandanti.
Buenas tardes señor. Pace a voi fratelli. Ho un orfano trovato sulla strada. Lo consegno a voi. Como se llama? Cosa dice? Chiede qual è il suo nome. Il mio? No, del bambino credo. Non lo so, la madre diceva Alchesay, prima di morire. Como? Alchesay. Ah, no es nombre cristiano. Gracias hermanos. Si desea cenar con nosotros? Preferiamo rimetterci in cammino. Grazie. Suerte! Ah, desculpa compadre, cuál es tu nombre? Il mio? Bozeman, mi chiamo Bozeman.
I carri si rimisero in cammino verso sud. L’abate tolse il panno per guardare bene il bambino. Masculino, bien. Un improvviso schizzo di pipì gli finì sul collo. De puta madre! Ah, hermano, usted eres realmente Apache. Si asciugò con la manica del saio. Pero Alchesay es un nombre malo. Seràs Jesse, Jesse Bozeman. Si sobrevivir…
E sopravvisse.

© Luca Bonisoli, 2017

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