Frontiere [6] di Luca Bonisoli

LA NAVIDAD DE LAS CRUCES 1851

La prima cosa che un missionario insegna al selvaggio
è l’indecenza.
(Mark Twain)

Quando incontrai gli Zuni, essi mi ospitarono senza chiedere mai nulla in cambio. Avevano poco da offrirmi, e io null’altro se non la devozione per nostro signore Gesù Cristo. Mi stupii non poco quando seppi che loro usano gli stessi simboli dei romani per i numeri. Lo sapevate? Usano la i per l’uno, la v per il cinque e la x per il dieci. Per loro non sono lettere, certamente. Ma è curioso, vero? Ho pensato che la misericordia di nostro signore è pervasiva, e raggiunge ovunque coscienze e anime. Poveri piccoli idioti.
Fratel Gabriele aveva l’occhio destro bianco come un uovo sodo. Una cicatrice gli incoronava la testa scalpata e la pelle marezzata dalle ustioni era lucida come la madreperla. Non aveva più l’orecchio sinistro. Un buco da cui colava una lingua ambrata aveva preso il suo posto. Con l’unica mano rimasta, a cui mancavano però tre dita, cercava di sistemare una striscia sottile di capelli, gli unici che ancora crescevano.
Mi sono trovato bene tra loro. Sono un popolo pacifico e generoso, pur essendo poveri e miserabili.  Mi ascoltavano. Si sono lasciati battezzare tutti. Gli Zuni ora sono nella grazia di Dio.
Nessuna emozione traspariva perché il volto teso dalle cicatrici gli impediva qualsiasi espressione. Girava lo sguardo lentamente per poter guardare uno a uno gli orfani terrorizzati dal suo aspetto e dai suoi racconti. Nel refettorio della Missione lame bianche di luce entravano dalle persiane. Sulle tavole di legno grezzo le ciotole vuote della minestra di fagioli, mais e patate, le brocche d’acqua e vino, i cesti del pane aspettavano di essere ritirati.
Aspettavano la fine del racconto.
Nella loro lingua nemico si dice apache. Fratel Gabriele, sei con noi ora. Non pensare più a ciò che ti è successo. Non tormentare la tua anima. Dio è misericordioso, e ha salvato la tua vita e ti ha condotto sino a noi. Prega con noi, e guarda! Guarda quanti piccoli fraticelli abbiamo qua da allevare. Sì, fratello. La Navidad de Los Cruces non è mai stata così benedetta, da cent’anni a questa parte.
Jesse aveva otto anni, era l’unico bambino in quel refettorio con gli occhi piccoli, il naso importante e l’incarnato scuro. Fissava con ribrezzo quell’uomo, nascosto in mezzo agli altri orfani di quella Missione. In cuor suo pensava che se la fosse meritata quella punizione.
Voi, che mi guardate con ribrezzo, tu! Fratello! No, non dite così. Sapete chi mi fece questo? Sì, furono gli Apache, fratello. Ora calmati però.
No!
Il grido roco, imperioso e disperato risuonò nel refettorio. Un filo di bava uscì dall’angolo di quella che una volta era la bocca.
Furono le loro donne, e i bambini! Loro fecero questo! Non furono i guerrieri ad appendermi per le mani a un albero, e a bruciarmi il viso col fuoco. Non furono loro a tagliarmi le dita, una a una con una pietra tagliente. Furono i bambini a strapparmi la pelle dei piedi! Fratel Gabriele, ora basta. Taci tu, stupido idiota! E furono le donne a evirarmi! Fratel Gabriele! E a mettermi in bocca ciò che fu la mia virilità! Questo fecero le donne, questo fecero i bambini di quei demoni che voi chiamate Apache! Signore aiutaci. Il Signore non ha aiutato me, perché dovrebbe aiutare voi? E da chi?
La campana suonò i cinque rintocchi. La refezione era terminata ma nessuno si mosse dai tavoli.
È ora di andare. Sì. Ma ascoltatemi bene. Tra di voi si nasconde un piccolo demone, che ancora non sa di esserlo. Guardatelo bene, voi sapete di chi sto parlando. Non cedete alla misericordia con lui. Non siate complici del male! Non c’è nessun demonio tra noi, Fratel Gabriele. Sono tutti bambini battezzati e figli di Dio. Taci! Io ho già visto quegli occhi, come due pozzi aperti sulle tenebre del nulla. Piccoli occhi di demonio. È tra voi, vigilate, state attenti!
Le persiane vennero aperte e la luce si fece così intensa da costringere tutti a voltarsi e a mettersi in movimento. Due frati si affrettarono a sparecchiare mentre gli altri accompagnarono i piccoli orfani alle loro celle. Mentre erano tutti in fila sentivano lo sguardo del vecchio frate su di loro. Uscirono all’aperto, e mentre camminavano sotto il sole trovarono infine la forza di parlarsi.
Jesse, stava parlando di te. Non è vero. Passarono la linea d’ombra che dal chiostro conduceva alle celle. Gli zoccoli di legno risuonavano sul pavimento d’argilla cotta. Sei solo tu qui che ha gli occhi neri e il naso Apache. Stai zitto ho detto.  Hai paura?
Ne aveva molta. Sapeva che Fratel Gabriele aveva ragione, che lo aveva riconosciuto. Non aveva mai avuto il coraggio di chiedere se fosse sua madre o suo padre l’Apache. Aveva paura di ogni cosa ma non l’aveva mai dimostrato, non aveva mai pianto.
Sei tu che hai la pelle rossa, sei tu il selvaggio tra noi, mezzosangue. Jesse si fermò all’ingresso della camerata. Prese per la gola il ragazzino che gli aveva parlato e lo spinse contro il muro. Stai zitto, o ti strappo le palle e te le ficco in gola. So come si fa, lo hai sentito.
Poi si allontanò col cuore in tumulto, si diresse verso la sua branda senza voltarsi e si mise sul pagliericcio a gambe incrociate.

© Luca Bonisoli, 2017

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