Frontiere [16] di Luca Bonisoli

BIG BUG 1862

I giovani sono veloci sia nell’offendere che nello scusarsi,
gli anziani invece sono lenti in entrambi i casi.”
Joseph Addison

Nel luglio del 1862 Theodore Boggs, dopo aver lasciato la California, si era diretto a Prescott con l’intenzione di cercare oro nella Mesa, a una ventina di miglia a sud della città. Poiché in quegli anni l’Arizona aveva scelto la secessione e aveva aderito agli Stati Confederati d’America, quel territorio, già conteso dai ragazzi Apache, era diventato molto pericoloso per chiunque avesse avuto la malsana idea di frequentarlo.
Quando aveva dieci anni, assieme alla sua famiglia, aveva avuto la sventura di far parte di un gruppo di un centinaio di pionieri che dall’Ohio si era spinto fino alle rive del Pacifico. Ne erano sopravvissuti meno della metà. La maggior parte era morta di stenti e di freddo quando erano rimasti bloccati nelle Wasatch Mountains per tutto l’inverno. Theodore era riuscito a farcela grazie a delle sottili strisce di carne secca che suo padre gli portava tutte le mattine. Aveva rinunciato presto a chiedere di che animale fossero, uno schiaffo gli aveva chiuso la bocca. Osservava come la gente che s’inoltrava nel bosco disperata spesso non ne usciva più.
Per queste e altre ragioni quando decise d’intraprendere la carriera di cercatore d’oro; non bastandogli tutta la disperazione e la fatica vissuta, decise che sarebbe stato meglio affidarsi a una guida del posto. Purché fosse costata poco.
A Flagstaff spese all’emporio quasi tutti i dollari che gli erano rimasti. Fece rifornimento di viveri, di pale e picconi, lampade a petrolio e informazioni. Cercava qualcuno disposto ad accompagnare lui, i suoi tre sgangherati compagni di viaggio e un cane verso sud. Nessuno aveva accettato, tranne un ragazzo un po’ troppo scuro di pelle, con un grosso naso e gli occhi neri come la notte. Per cinque dollari subito e venti all’arrivo Jesse venne ingaggiato.
In quattro giorni percorsero le settanta miglia che li separavano dalla Mesa, su una traccia di pista che aveva messo in crisi i tre carri. Quando sbucarono nella vallata che a nord si apriva su Prescott decisero che quello era il luogo adatto. Cercata una fonte d’acqua e abbastanza spazio per costruire quattro casette di legno, fondarono senza perdere tempo una nuova città, che al momento poteva contare quattro abitanti e un visitatore. Theodore, che era un sincero democratico, fu eletto sindaco all’unanimità e battezzò quel posto Big Bug. Il cane pisciò sul cippo del giuramento e si prese un calcio nel sedere. Terminate così le formalità si misero al lavoro.
I giorni passavano, la miniera prendeva forma nella roccia friabile del creek. Jesse osservava i lavori ma se ne stava in disparte, in attesa di essere pagato.
Quando mi darai i miei venti dollari? Questa sera.
Poi la sera arrivava, Jesse preparava i fagioli stufati e ne dava un piatto a Theodore e agli altri tre minatori. Cenavano in silenzio. Al termine ognuno lanciava gli avanzi al cane, poi si metteva in disparte al riparo di un masso a fumare e si addormentava. Solo Jesse restava sveglio a guardare il profilo delle montagne che segnava il nero dal blu della notte estiva. Troppo stanchi gli altri per farsi domande.
Così per due settimane. Finché Jesse una sera andò al carro, aprì la cassa e si prese venti monete da un dollaro. Nella sua mano di ragazzo appena fatto uomo, la Colt Navy sembrava enorme.
Perché fai così, Jesse? Ti ho mai trattato male? Ti ho lasciato senza stufato a cena? No signore, ma devo andare. Te ne vai così, come un ladro con venti monete da un dollaro prese dalla mia cassa e la pistola in mano?
Non sono un ladro.
Theodore lo guardò per qualche istante, poi scosse la testa dai folti capelli ricci e rossi, borbottò qualcosa e si voltò verso il fuoco. A Jesse non rimase altro che sellare il suo cavallo e indossare lo spolverino per il fresco della notte.
Signor Theodore. Ho visto che tenete i moschetti nel carro. Sarebbe più prudente da queste parti averli sottomano.
Vai a farti impiccare, mezzosangue.

Nella notte, in quella che a Prescott venne poi chiamata La Battaglia di Big Bug, un piccolo gruppo di ragazzi Apache tentò l’assalto ai minatori. Svegliati dai latrati del cane i quattro si misero a lamentarsi finché sentirono un sibilo e un tonfo. Si resero conto subito di ciò che stava accadendo. Il grido di guerra li trovò già al riparo all’ingresso della miniera. Lo scambio di fucilate durò pochi secondi, il tempo di finire le pallottole. Due ragazzini Apache morirono sul colpo. Gli altri aumentarono l’intensità dell’attacco, cercando di scivolare verso l’ingresso al riparo delle pietre, nascondendosi nella notte senza luna. Provarono a far franare dall’alto la volta della miniera, di entrare dai lati. Theodore e compagni resistettero cercando di ricaricare e di sparare pochi colpi. Dopo meno di un’ora smisero i tentativi. Si spostarono di fronte all’ingresso, caricarono a spalla i due compagni morti e se ne andarono.
Il mattino dopo i quattro minatori videro due pire bruciare sul versante opposto delle alture. Sentirono un grido di guerra, o forse di disperazione. Attesero che il fumo piano svanisse prima di vederli andare via con passo lento.
Attesero al riparo della miniera tutto il giorno, per paura di altri attacchi, che non arrivarono mai. Trascorsa la notte svegli, all’alba fecero i bagagli e corsero a cavallo verso Prescott, dove denunciarono l’accaduto.
Ciò che non seppero mai fu ciò che accadde quando il giorno prima gli Apache avevano bruciato i corpi dei due ragazzi caduti. Quando durante i canti funebri un ragazzo mezzosangue Apache vestito come un bianco si era fatto avanti tenendo alte le mani. Nessuno ascoltò le parole che aveva detto. E nessuno aveva visto passare di mano un sacchetto di pelle con dentro venti monete d’argento da un dollaro l’una.
Tutti videro solo che scelsero di ritirarsi, senza capire perché.

©Luca Bonisoli, 2018

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