Frontiere [15] di Luca Bonisoli

SARÒ QUI ALLA PRIMA LUNA PIENA 1880

Il cielo stellato era basso come il tetto di una capanna. Così basso e impunturato di stelle che quasi metteva a disagio. Era notte di luna nuova, e solo l’albore della Via Lattea segnava i confini delle cose e dei pensieri. Appoggiati alle selle dei cavalli come a morbidi cuscini, rannicchiati sotto le pesanti coperte i loro corpi nudi smaniavano eccitati. La pelle scivolava, le mani prendevano, i respiri s’intrecciavano. Sapevano di sale, odorosi di viaggio e polvere, sospinti dal passato, interdetti dal presente. Si erano amati, finalmente. Si erano amati. E le stelle sembravano essersene accorte.
«Tornerai?»
«Torno sempre».
«Bugiardo».
Le dita di Jesse accarezzavano leggere e delicate i capezzoli sottili di Sarah. Il mento nell’incavo della spalla robusta, l’odore dell’amore che screziava la notte, sensibilità sconosciute.
«Non ci sei mai stato quando avevo bisogno di te».
«Non hai mai avuto bisogno di me».
Un bacio senza pensare sulla fronte spaziosa.
«Te la sei sempre cavata».
«Shh…»
Una stella cadente attraversò velocissima il cielo da est a ovest lasciando in un istante solo il ricordo di sé.
«Che faccio ora?»
«Racconta la verità, a chi te lo chiederà. Il vero paga, poco, ma paga».
«Il vero… Che sciocchezza inaudita».
«Sono qui per quello, solo per quello».
Sarah arrossì appena, restò immobile. Il capezzolo era di nuovo turgido e duro. Il suo corpo come sganciato dai pensieri. Il vero?
«Quando te ne andrai?»
«Tra poco».
«Non tornerai».
«Torno».
Una lacrima scese, bagnando insensibile la spalla di Jesse. Altre lacrime inumidirono altra pelle. Il cuore batteva a un ritmo nuovo e dimenticato.
«Ora sono libera».
«Lo sei».
«È vero? Sta accadendo?»
«Sì. Ho fatto la mia parte».
«Non te l’ho mai chiesto».
Sarah si mise sopra di lui. Lo cercò, lasciò che diventasse lei, uniti.
«Vai via ora».
«Dopo».
«Ora».
La mano di Jesse si fece strada, accarezzandole la schiena e soffermandosi sull’innominabile.
«Non voglio che ti trovino».
«Shh…»
«Vengo con te».
«Non puoi».
«Vengo».
Il tempo scomparve per anni, tutti quelli necessari a regalare l’eternità, o la sua illusione. Il vero. Il piacere. Tutto.
L’amore.
(Silenzi)
Il cuore tornò a ritmi più consoni. Un minuto, o un’ora? Le stelle ruotavano lente, il buio sempre come velluto freddo li ricopriva. Di nuovo.
«Sarò qui alla prima luna piena».
«Troppe albe, Jesse. Troppe».
«Quelle che saranno necessarie».
«Infinite».
Lui la trattenne sopra di sé.
«Promettilo».
«Lo prometto».
«Che tornerai».
«Che tornerò. Da te”».
Un leggero refolo di vento alzò un po’ di polvere, la sentirono intrufolarsi nei capelli, e tra i pensieri.
«Dove andrai?»
«A nord».
«Cosa c’è lassù?»
«Frontiere».
«La frontiera…»
«No, le frontiere. Sono molte e ovunque. Persone, luoghi, faccende».
«Non sei stufo delle faccende?»
«Sì».
«E allora perché le cerchi?»
«Sono loro che cercano me».
«La tua faccenda più importante sono io, ora».
Un sorriso silenzioso risuonò invisibile nel nero della notte. Si riconobbero.
«Tu non sei una faccenda».
«Sono una frontiera?»
La fece scivolare a lato. Il vento s’insinuava sotto le coperte, le pelli bagnate si fecero sentire.
«Non lo so».
Il silenzio li costringeva a parlarsi quasi sussurrando. Persino le stelle tendevano le orecchie.
«Tornerò».
«Alla prossima luna, hai detto».
«Sarà la mia ultima frontiera».
«Alla prossima luna».
«Devo andare».
«Ora?»
«Ora».
(Silenzi)
«Vattene».

© Luca Bonisoli, 2018

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